Cronaca

Ucciso da un batterio killer in ospedale dove si era operato alla schiena

Ucciso da un batterio killer contratto in un ospedale di Ravenna, dove l’uomo si era ricoverato per un intervento chirurgico alla schiena che non rappresentava certo un pericolo di vita, ora ai familiari la struttura sanitaria dovrà pagare circa 1 milione e 200 mila euro di risarcimento. Per i giudici, infatti, la responsabilità del tragico decesso è da ascrivere unicamente all’ospedale. L’uomo era deceduto nel maggio del 2020 per insufficienza multiorgano dovuta alla fascite necrotizzante sostenuta dal batterio “Aeromonas hydrophila”, contratto nel nosocomio durante la degenza. Per il Tribunale di Ravenna l’infezione si è verificata in ambito ospedaliero, e precisamente in occasione dell’intervento, dal momento che è stato escluso dai periti incaricati un qualunque diverso fattore causale (all’ingresso il paziente non presentava sintomi e non risultano traumatismi accidentali prima del ricovero. La perizia ha anche escluso “una traslocazione del batterio dal tratto grastrointestinale durante l’intervento” perché l’intervento non ha previsto né movimentazione né cruentazione delle pareti intestinali, ma come detto solo alla schiena per la stabilizzazione di alcune vertebre. “Aeromonas hydrophila” è un batterio che può causare diverse infezioni negli esseri umani, principalmente gastrointestinali come diarrea o dissenteria, e infezioni della pelle o delle ferite, specialmente se a contatto con acqua contaminata. In rari casi, può provocare infezioni più gravi come la fascite necrotizzante, ed è proprio quello che è accaduto alla vittima. L’aspetto più particolare del tragico avvenimento, sempre stando al resoconto processuale, è che questo batterio in genere si trova in acqua. Accertato che l’infezione sia stata contratta in ambito ospedaliero, la struttura ospedaliera, in pratica, avrebbe dovuto fornire la prova liberatoria dei protocolli relativi alla disinfezione, disinfestazione e sterilizzazione di ambienti e materiali; delle modalità di raccolta, lavaggio e disinfezione della biancheria; delle forme di smaltimento dei rifiuti solidi, dei liquami; delle caratteristiche della mensa e degli strumenti di distribuzione di cibi e bevande; delle modalità di preparazione, conservazione ed uso dei disinfettanti; della qualità dell’aria e degli impianti di condizionamento; dell’avvenuta attivazione di un sistema di sorveglianza e di notifica; dei criteri di controllo e di limitazione dell’accesso ai visitatori; delle procedure di controllo degli infortuni e della malattie del personale e delle profilassi vaccinali; del rapporto numerico tra personale e degenti; della sorveglianza basata sui dati microbiologici di laboratorio; della redazione di un “report” da parte delle direzioni dei reparti, da comunicarsi alle direzioni sanitarie al fine di monitorare i germi patogeni-sentinella; dell’orario delle effettiva esecuzione delle attività di prevenzione del rischio). Per il giudice Gianluca Mulà “La prova liberatoria non è stata fornita dalla struttura”, e da queste risultanze è venuta fuori la sentenza civile di risarcimento. Tra le varie voci di danno che hanno composto la cifra totale il giudice ha riconosciuto anche quella cosiddetta da “lucida agonia”, l’uomo a un certo punto temeva per la sua vita e avrebbe chiamato la figlia per parlare con i nipoti, poco prima di entrare in terapia intensiva. Poi il decesso. Questa la sentenza civile di primo grado.

 

(Fonte Corriere di Bologna)