Cronaca

“Renatino” De Pedis, la banda della Magliana, e il sequestro Orlandi per conto di “qualcuno”

La figura di Enrico De Pedis, noto come “Renatino”, continua a proiettare la sua ombra sulla cronaca giudiziaria italiana, in particolare sul mistero mai risolto della scomparsa di Emanuela Orlandi, la giovane cittadina vaticana svanita nel nulla nel lontano giugno del 1983. Le recenti audizioni di ex alti funzionari di Polizia e magistrati dinanzi alla Commissione parlamentare di inchiesta hanno riacceso i riflettori sul legame, per quanto non ancora comprovato, tra il boss della malavita romana e il sequestro della giovane. Enrico De Pedis, nato nel 1954, fu una delle figure criminali più influenti e controverse della Capitale. Ricoprì il ruolo di capo incontrastato del ramo di Testaccio della famigerata Banda della Magliana, gruppo che l’ex vicecapo della Polizia, Nicolò Marcello D’Angelo, ha recentemente definito una vera e propria “agenzia del crimine”, sottolineandone la capacità d’azione. D’Angelo ha precisato come l’organizzazione fosse strutturata in due gruppi distinti – Magliana e Testaccio – che pur condividendo interessi comuni, mantenevano una chiara separazione operativa, con il gruppo di Testaccio, guidato da De Pedis, considerato “più importante” e determinante nell’ambiente criminale. La sua influenza era tale da superare i confini della criminalità locale, arrivando, secondo le ipotesi investigative, a stabilire contatti “Oltretevere”, in particolare con figure come l’arcivescovo Paul Marcinkus.

È proprio sui presunti rapporti con il Vaticano che si sofferma l’ipotesi del coinvolgimento di De Pedis nel rapimento Orlandi. L’ex funzionario della Squadra Mobile di Roma, Nicolò Marcello D’Angelo, pur ammettendo di non aver ancora raccolto prove certe, ha dichiarato alla Commissione che “molto probabilmente, lui ha a che fare con questo sequestro di Emanuela Orlandi”, non escludendo l’interesse del boss per quanto riguarda i rapporti diretti con Santa Sede.
Tale suggestione è inoltre condivisa anche da alcuni protagonisti delle indagini. L’ex vicequestore Giovanna Petrocca, che fu vicedirigente della Squadra Mobile dal 2007 al 2009, durante la seconda inchiesta sul caso Orlandi, raccolse la testimonianza cruciale di Sabrina Minardi. La Minardi, all’epoca legata sentimentalmente a De Pedis, si autoaccusò, rivelando di aver avuto un ruolo attivo nel rapimento su incarico di “Renatino”, dichiarando di aver partecipato al trasferimento di Emanuela da una vettura all’altra e da una zona di Roma a un’altra. Secondo la deposizione di Petrocca, Minardi raccontò inoltre di aver incontrato De Pedis e il suo autista al Gianicolo e di aver preso in carico la ragazza, passata da una Renault 5 guidata da una donna. Successivamente, la Minardi stessa avrebbe consegnato la giovane su una BMW, in una zona periferica della Capitale, a un sacerdote che l’attendeva a bordo di una Mercedes scura.

Anche il magistrato Giancarlo Capaldo, titolare di quella seconda inchiesta, ha sempre sostenuto l’ipotesi del coinvolgimento di De Pedis, pur ridimensionandone significativamente il ruolo a quello di mero esecutore materiale. Secondo Capaldo, De Pedis avrebbe avuto il compito di organizzare materialmente il prelevamento e il sequestro della ragazza e, successivamente, la sua consegna a una persona rimasta non identificata, senza partecipare alle eventuali trattative successive. Il magistrato ha sempre ritenuto che “Renatino” fosse, in questo contesto, un mero organizzatore sul piano materiale, una “manovalanza di basso livello ma molto utile e particolare per qualcuno”.

Queste nuove testimonianze permettono, quindi, di indicare De Pedis non come la mente del sequestro, ma come il garante logistico e il braccio armato del sequestro di Emanuela Orlandi. Proprio grazie ai suoi canali criminali e alle sue influenti relazioni, De Pedis avrebbe facilitato il prelevamento della giovane per conto di mandanti di livello superiore. Si vedrà.