Cronaca

Referendum 2026, politicamente un colpo durissimo per Giorgia Meloni e il Governo

Con un’affluenza che ha toccato il 58,90%, gli italiani hanno risposto in massa a una chiamata che sembrava destinata a passare inosservata. Record assoluto per un referendum costituzionale su due giorni. I primi exit poll e le proiezioni parziali danno il No leggermente avanti, tra il 50 e il 54%, ma lo scrutinio è ancora in pieno svolgimento e tutto può cambiare da un minuto all’altro. Ma la tendenza sembra chiara e precisa.  In fondo, però, al di là dei numeri che arriveranno nelle prossime ore, la vera domanda è un’altra: che Italia vogliamo domani? Perché una vittoria del No o del Sì non è solo un sì o un no su una scheda. È una scelta che cambierebbe – o lascerebbe esattamente com’è – il rapporto tra politica, magistratura e cittadini per i prossimi decenni. Immaginiamo prima lo scenario del No, quello che al momento sembra più probabile. Se vince il No, la riforma Nordio resta nel cassetto. La Costituzione del 1948 sulla magistratura non si tocca: resta un solo ordine, un solo concorso, un unico CSM con i suoi 33 membri. Giudici e pm continuano a far parte della stessa famiglia, con la possibilità – almeno sulla carta – di passare da una funzione all’altra. Niente sorteggio, niente Alta Corte disciplinare, niente due CSM separati. In pratica, tutto rimane come lo conosciamo da settantotto anni. Politicamente, però, sarebbe un colpo durissimo per Giorgia Meloni. Lei e Nordio hanno messo la riforma al centro della campagna, l’hanno trasformata in una battaglia personale. Una sconfitta, anche di misura, la “zoppicherebbe” dentro la coalizione: Fratelli d’Italia pagherebbe il prezzo più alto, Lega e Forza Italia potrebbero iniziare a mugugnare sulla gestione della comunicazione. Il governo non cadrebbe – la maggioranza parlamentare è solida fino al 2027 – ma perderebbe slancio. Le altre due grandi riforme costituzionali in programma finirebbero nel congelatore: nessuno avrebbe più voglia di rischiare un altro referendum.Dall’altra parte, l’opposizione tirerebbe un sospiro di sollievo. Elly Schlein, Giuseppe Conte e la società civile che ha sostenuto il No potrebbero finalmente dire: «Abbiamo fermato lo stravolgimento della Costituzione». Il fronte anti-Meloni si sentirebbe più unito, più forte in vista del 2027. E la magistratura, sentendosi “legittimata” dal voto popolare, potrebbe alzare un po’ la voce sui temi che contano: nomine, indagini, indipendenza. La polarizzazione resterebbe alta, ma il Paese tornerebbe a respirare secondo il vecchio equilibrio. Ora, invece, proviamo a rovesciare la prospettiva: cosa succederebbe se vincesse il Sì? In quel caso, la riforma entrerebbe in vigore subito dopo la promulgazione del Presidente della Repubblica. Carriere separate fin dall’inizio della carriera: chi entra in magistratura dovrà scegliere subito se fare il giudice o il pubblico ministero, e passare dall’una all’altra diventerebbe quasi impossibile. Nasceranno due CSM distinti, uno per i giudici e uno per i pm, entrambi presieduti dal Capo dello Stato. Arriverebbe anche un’Alta Corte disciplinare tutta nuova, di rango costituzionale, e i togati nei CSM verrebbero estratti a sorte invece che eletti. Una vera rivoluzione rispetto al modello del 1948.Per Meloni sarebbe un trionfo storico. Potrebbe presentarsi davanti agli italiani e dire: «Il popolo ha scelto il cambiamento». Nordio diventerebbe intoccabile, la coalizione si stringerebbe attorno a lei come non mai. E soprattutto, si aprirebbe la strada alle altre due riforme istituzionali: premierato e legge elettorale. Il centrodestra arriverebbe al 2027 con due modifiche costituzionali già incassate, forte di un plebiscito popolare. L’opposizione, invece, uscirebbe sconfitta e divisa: PD e M5S sotto accusa interna, l’ANM ridimensionata, il fronte No che si sbriciola.In entrambi i casi, però, una cosa è certa: la giustizia non sarà più la stessa. Non perché cambieranno subito i processi in corso – serviranno comunque leggi attuative entro un anno – ma perché cambierà il segnale che il Paese manda a chi indaga, a chi giudica e a chi governa.Qualunque sia l’esito che leggeremo stasera su Eligendo, una cosa l’abbiamo già capita: gli italiani, questa volta, la giustizia se la sono sentita davvero vicina. Hanno votato in tanti, con passione, quasi come se fosse una cosa loro. E ora tocca a noi, con i risultati in mano, capire in che direzione vogliamo andare.Il verdetto delle urne non chiuderà il dibattito. Lo renderà solo più concreto. E l’Italia, qualunque cosa accada, dovrà conviverci per molto, molto tempo.