Trana, barista in coma: arrestato un 63enne. «L’ha picchiata selvaggiamente». La giovane di 24 anni, trovata priva di sensi in un appartamento pieno di droga e sangue, è stata strappata alla morte dai medici dell’ospedale di Rivoli in Piemonte. L’uomo nega: «Siamo amici, ho solo chiamato i soccorsi». Il pavimento era coperto di frammenti di vetro, pezzi di cellophane, tracce di polvere bianca. Sangue sul cuscino, un cotton fioc intriso, bottiglie di metadone e resti di crack sparsi sul tavolo. In quell’alloggio di Trana, nella notte tra il 6 e il 7 ottobre, si è consumata una violenza ancora difficile da raccontare. Una ragazza di 24 anni, barista, è stata trovata priva di conoscenza, con il corpo devastato: la milza spappolata, lividi ovunque, il volto tumefatto.
Per due settimane è rimasta in coma all’ospedale di Rivoli, sospesa tra la vita e la morte. Solo due giorni fa si è svegliata. Non riesce ancora a parlare, forse non ricorderà mai tutto. Ma i segni sul suo corpo raccontano da soli l’inferno che ha attraversato. Il sospetto principale è un uomo di 63 anni, ex tossicodipendente in cura al Serd, l’unico che quella notte si trovava in casa. La giudice per le indagini preliminari, Francesca Pani, non ha dubbi: «Non esistono ipotesi alternative». Su richiesta della pm Giulia Rizzo, ha disposto la custodia cautelare in carcere per “lesioni personali gravissime”.
L’uomo, già noto alle forze dell’ordine per guida in stato di ebbrezza, si difende: «Era mia amica, è venuta a trovarmi. Abbiamo avuto un rapporto, poi la mattina non si è svegliata. Ho solo chiamato i soccorsi». Ma le ferite raccontano una verità diversa. La violenza è stata brutale. I medici sono stati costretti ad asportare la milza della giovane per salvarle la vita.
Nell’abitazione, i carabinieri hanno trovato più dosi di droga — crack, cocaina, benzodiazepine — e un ambiente che parla di degrado e disperazione. Anche nel sangue della ragazza i medici hanno rinvenuto tracce di sostanze, ma resta da chiarire se le abbia assunte volontariamente o sotto costrizione. I genitori, assistiti dall’avvocato Stefano Tizzani, chiedono giustizia. «Vogliamo sapere chi ha ridotto così nostra figlia», dicono. Lei stava bene, aveva una vita semplice, un lavoro, progetti. Il giorno dopo sarebbe dovuta andare a pranzo dalla nonna.
Intanto emergono nuove testimonianze. I vicini parlano di urla, di rumori forti, di una lite. «Sembrava una discussione violenta, poi silenzio», raccontano. L’uomo sostiene che i rumori venissero dal divano letto, ma le sue parole non convincono gli inquirenti. È stato lui a chiamare il 118, dicendo solo: «Una ragazza qui con me non si sveglia». Poi ha chiuso la telefonata. Quando i carabinieri lo hanno rintracciato, nel tardo pomeriggio, la barista era già in coma. Si è presentato in ospedale con una busta in mano: dentro, il caricabatterie del cellulare di lei. «Volevo solo sapere come sta», ha detto.
Troppo tardi. Le sue spiegazioni non cancellano il sangue né il silenzio di quella notte. A Trana, una piccola comunità alle porte di Torino, resta lo sconcerto. Una ragazza di 24 anni è viva per miracolo. E un uomo di 63 anni dovrà ora rispondere della violenza che l’ha quasi uccisa.
