Torino, l’inferno in casa: il processo alla madre che educava le figlie con le regole della predicatrice Stella David. Per anni avrebbe imposto alle due adolescenti digiuni, punizioni notturne e divieti religiosi. Il modello: l’inflessibile leader spirituale morta sotto indagine. Sul registro del tribunale appare come un comune processo per maltrattamenti. Ma in aula, a Torino, il contesto raccontato dagli inquirenti assume i contorni di un piccolo culto domestico, governato da un dogma importato e trasformato in disciplina ferrea. A rispondere delle accuse è una madre che avrebbe cresciuto le due figlie – oggi maggiorenni – seguendo in modo rigido le regole spirituali dettate da Stella David, predicatrice liberiana nota nella comunità nigeriana torinese per un’interpretazione della Bibbia dura, letterale, priva di sfumature.
Stella David non ci sarà a difendersi: è morta all’età di 42 anni, la scorsa primavera, mentre era sottoposta al divieto di avvicinamento imposto dal gip nell’indagine per maltrattamenti. Regole, punizioni e divieti – secondo l’accusa – sarebbero stati trasmessi dalla leader religiosa alla madre imputata, che ora resta l’unica sul banco degli accusati.
Secondo le ricostruzioni, nelle stanze della casa della predicatrice si sarebbe creato negli anni una sorta di collegio informale: decine di bambini affidati “a scopo educativo”, genitori convinti di trovare in lei una guida capace di sottrarre i figli ai pericoli della strada. In realtà, sostengono gli investigatori, gli allievi venivano divisi per età e genere, sottoposti a regole rigide. Alle ragazze era vietato indossare pantaloni, consumare carne di maiale o anche semplici alimenti come la maionese. A tutti, maschi e femmine, era bandita la Coca Cola. Ogni trasgressione veniva letta come un passo verso l’inferno, il regno minaccioso evocato nei sermoni domenicali.
Le due sorelle che hanno denunciato gli abusi parlano di digiuni imposti, notti trascorse in piedi, persino ore al freddo sul balcone in pigiama, anche in inverno. Le punizioni, raccontano, arrivavano con morsi, schiaffi e colpi di mestolo di legno. Lo stesso destino sarebbe toccato anche a un bambino di nove anni, identificato dagli atti come una delle vittime.
La difesa ribalta la narrazione. L’avvocato di Stella David prima, e ora quello della madre imputata, sostiene che non esistesse alcun riformatorio domestico. Solo una donna che faceva da baby sitter, offrendo aiuto a famiglie fragili. Le regole, dicono i legali, sarebbero state soltanto una forma di tutela: evitare droga, prostituzione, cattive compagnie. Una pedagogia severa, non violenta.
Ma le accuse della procura raccontano altro: un potere carismatico trasformato in controllo, un’educazione religiosa deformata fino a diventare punizione. Ora tocca al giudice stabilire se quelle regole fossero davvero un argine sociale o, come sostengono le vittime, una disciplina capace di trasformare la casa in un piccolo inferno quotidiano.
