La recente notizia della morte di Anna Laura Braghetti (72 anni) ha riportato l’attenzione su una delle pagine più drammatiche e oscure della storia italiana: il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro, avvenuti tra il 16 marzo e il 9 maggio 1978. La Braghetti, militante delle Brigate Rosse, ha rappresentato un ingranaggio cruciale in quell’azione che cambiò per sempre la politica del Paese. Nata nel 1949, Anna Laura Braghetti aderì alle Brigate Rosse (BR) e, pur non essendo del nucleo fondativo dell’organizzazione, ricoprì un ruolo operativo essenziale. In particolare, divenne nota all’opinione pubblica come la carceriera di Moro. Fu lei, infatti, a occuparsi del trasferimento e della sorveglianza dell’ostaggio all’interno dell’appartamento di via Montalcini, a Roma, trasformato nel covo e nella prigione del politico. Il rapporto stretto contatto con Moro durò tutti i 55 giorni del sequestro, un’esperienza che lei stessa avrebbe poi raccontato nei libri, offrendo un punto di vista totalmente inedito e interno sulla drammaticità della prigionia. Dopo la condanna all’ergastolo, ottenne la semilibertà dopo 22 anni di detenzione, uscendo progressivamente dalla vita pubblica fino al decesso.
La sua figura storica non può essere isolata dal contesto in cui agì, e il ricordo della sua morte riapre inevitabilmente i dubbi che ancora permangono sull’evento che la rese tristemente nota: il sequestro dell’onorevole Aldo Moro.
La mattina del 16 marzo 1978, data scolpita nella memoria collettiva della nostra nazione. a Roma, in Via Fani, si consumò l’azione più audace e violenta mai compiuta dalle Brigate Rosse. L’obiettivo era sequestrare Aldo Moro, l’allore presidente della Democrazia Cristiana, che in quel momento si stava recando in Parlamento per votare la fiducia al nuovo governo di solidarietà nazionale guidato da Giulio Andreotti. Un esecutivo che sarebbe stato storico, poiché per la prima volta avrebbe avuto l’appoggio esterno del Partito Comunista Italiano (PCI).
L’azione fu eseguita con la massima attenzione per ogni dettaglio. Il commando brigatista, composto da circa una decina di terroristi, si dispose lungo Via Fani. Quando l’auto di Moro (una Fiat 130) e quella di scorta (una Alfa Romeo Giulietta) giunsero all’incrocio con via Stresa, furono repentinamente bloccate. I terroristi, pesantemente armati, aprirono immediatamente il fuoco verso il convoglio. L’agguato durò pochi istanti, ma l’esito fu devastante. Cinque uomini della scorta furono uccisi sul colpo: i due carabinieri a bordo dell’auto di Moro (Oreste Leonardi e Domenico Ricci) e i tre poliziotti a bordo dell’auto di scorta (Francesco Zizzi, Giulio Rivera e Raffaele Iozzino). Il presidente Aldo Moro fu rapito e caricato su un’altra auto per essere trasportato nel covo brigatista di via Montalcini. La ferocia e la freddezza con cui fu condotta l’operazione lasciarono la nazione sotto shock. L’avvenimento dimostrò che le Brigate Rosse erano in grado di colpire anche i massimi organi dello Stato, rendendo vane le misure di sicurezza adottate per proteggere una delle figure più in vista dell’universo politico italiano.
Il sequestro di Moro diede il via a 55 giorni di trattative, messaggi, lettere e angoscia nazionale. Le rimasero ferme su un punto: in cambio della liberazione di Moro pretendevo il rilascio di alcuni brigatisti detenuti in carcere.
La politica italiana si divise sul da farsi: la linea della fermezza (sostenuta principalmente dalla DC e dal PCI) si oppose alla linea della trattativa (sostenuta in parte dal PSI e dalle richieste della famiglia di Moro). Prevalse la linea della fermezza, che tentò di rintracciare il presidente Aldo Moro senza sottostare alle trattative di scambio avanzate dalle Br.
Tuttavia, il 9 maggio 1978, il corpo senza vita di Aldo Moro fu ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in Via Caetani a Roma, a metà strada tra le storiche sedi della DC e del PCI. L’azione brigatista si concluse con il “processo del popolo” e la successiva esecuzione dell’imputato, segnando uno degli eventi più traumatici della storia repubblicana e simboleggiando la violenza cieca che aveva colpito la democrazia durante i sanguinosi Anni di Piombo.
Anna Laura Braghetti, come carceriera e coautrice del sequestro, rimase per sempre legata a questa violenza e alle sue drammatiche conseguenze. Il suo nome è indissolubilmente legato non solo all’agguato di Via Fani, ma al periodo di prigionia di Aldo Moro in Via Montalcini, di cui Anna Laura Braghetti fu la custode quotidiana. Il ruolo operativo e la sua presenza costante nel covo l’hanno resa un’ombra permanente sul destino di Aldo Moro e su quelle oscure 55 giornate che cambiarono per sempre la storia del nostro Paese.
