Iran, il costo esorbitante degli armamenti, gli scenari possibili e lo stato attuale del conflitto
A due settimane dall’inizio della guerra in Iran possiamo iniziare a tirare le prime somme. La superiorità tecnologica di Stati Uniti e Israele unita alla potenza di fuoco senza precedenti messa in campo ha provocato immensi danni in Iran: ma c’è un ma, anzi più di uno. Faccio ammenda per qualche mia possibile inesattezza passata, presente e futura dovuta alla concitazione degli eventi, alla mia distrazione e alla inevitabile semplificazione. Ciò che mi interessa è cercare di fornire il quadro d’insieme della situazione più che soffermarmi su singoli episodi per quanto rilevanti. Non scenderò quindi in discorsi eccessivamente tecnici, che non mi competono, restando su un piano che spero comprensibile a tutti sperando di riuscire a fornire qualche elemento di riflessione il più possibile corretto.
Il primo dato rilevante è la capacità produttiva per affrontare un conflitto di logoramento. Da questo punto di vista sia Stati Uniti che Israele non stanno messi benissimo. In particolare gli USA allo stato attuale producono circa 800 missili all’anno, insufficienti per una guerra di lunga durata. In queste prime due settimane hanno già bruciato anni di produzione e ora la difesa di Israele e degli alleati del golfo Persico risulta pesantemente compromessa al punto che gli USA stanno spostando batterie di missili dalla Corea del Sud verso il Medio Oriente, cosa che ha provocato curiose reazioni in Cina visto che quei missili erano puntati proprio verso la Repubblica Popolare. Per aumentare la produttività in modo significativo gli Stati Uniti dovrebbero riconvertire l’intera linea produttiva quindi tecnologie, stabilimenti, maestranze ecc… per cui ci vorrebbero anni, la stima degli esperti è minimo il 2033. Teniamo presente che gran parte della produzione statunitense attualmente è delocalizzata indovinate un po’ dove?… In Cina, e la Cina non produrrà certo armi e munizioni per l’avversario.
Il secondo dato assai rilevante è il costo esorbitante degli armamenti: in quanto un missile intercettore agli USA può costare fino a 3.000.000 di dollari, e qui tocca prendere atto di un fatto sorprendente: l’Iran ha la capacità produttiva di costruire droni a basso costo, da 20.000 fino a 50.000 dollari l’uno, che mettono in seria crisi le difese aeree degli avversari. Praticamente per abbattere un piccolo drone, quando vi riescono, occorrono due missili. La matematica è chiara anche dal punto di vista materiale: a fronte degli 800 missili annui prodotti dagli USA, secondo alcune stime l’Iran produce 400 droni al giorno, gli Shahed, che hanno completamente rivoluzionato il campo di battaglia. Sciami di droni Shahed lanciati a raffica da piattaforme mobili montate su camion (facilmente sostituibili se distrutti) riescono a penetrare lo scudo difensivo di Israele. Sono lenti e volano a bassa quota sfuggendo ai rilevamenti, e con i sistemi radar statunitensi ormai messi fuori uso dagli attacchi precedenti il preavviso sul loro arrivo che prima era di mezz’ora è sceso a un minuto. Questa è dottrina non improvvisazione. Oltre a ciò vi sono evidenze che in alcuni casi l’aviazione israeliana abbia centrato bersagli fittizi ovvero carri armati gonfiabili, aerei da caccia inesistenti dei quali vi è solo il disegno tracciato per terra ecc… La cosa non sorprende, è già accaduto diverse volte nel corso della storia; prima dello sbarco in Normandia gli inglesi avevano allestito qualcosa di molto simile lungo le proprie coste per confondere i tedeschi sul dislocamento dei mezzi alleati che si preparavano al giorno più lungo, il D-day. Come ci spiega Omero con la storia del cavallo di Troia l’inganno ha un ruolo primario in guerra.
Il terzo dato importante da prendere in considerazione è la logistica, la possibilità di fornire alle truppe impegnate in battaglia ogni genere di rifornimento, dal carburante alle munizioni, tutto ciò che occorre alle truppe per portare avanti l’operazione militare. Con la maggior parte dei porti dei paesi del golfo messi fuori uso dagli attacchi iraniani la Marina USA è costretta a utilizzare i porti indiani poi forse quelli italiani. Inoltre resta il nodo dello stretto di Hormuz che a quanto si apprende è stato disseminato di mine dagli iraniani. Nel suo primo discorso alla nazione la nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha ribadito che lo stretto deve rimanere chiuso e che le basi militari USA nella regione devono sgombrare altrimenti saranno considerate obiettivi militari. Le navi da guerra statunitensi attualmente bloccate nel Golfo Persico quando finiranno le scorte di munizioni per rifornirsi dovranno navigare circa 3 giorni prima di approdare al porto più vicino esponendosi pericolosamente agli attacchi dell’Iran e dei suoi alleati.
Anche la superiorità nella guerra aerea è ancora tutta da dimostrare, non c’è un vero e proprio dominio degli USA e Israele sui cieli dell’Iran. Sicuramente i piloti iraniani che hanno ottenuto dei risultati dal punto di vista militare ingaggiando duelli aerei con il nemico sono stati addestrati da istruttori russi, o forse cinesi, è facile da supporre avendo la Repubblica Islamica stretto delle partnership in ambito militare con entrambi i paesi. Funziona né più e né meno come dalla nostra parte del mondo con la NATO. Gli amici dell’Iran, o meglio i suoi alleati, non lasceranno sola la Repubblica Islamica, non è nel loro interesse. Se non si fosse ancora capito questa è l’ennesima guerra che ne contiene altre dentro per “procura”. La Russia non può permettersi di rimanere scoperta sul confine meridionale, se Teheran dovesse cadere, e lo stesso vale per la Cina che dietro le quinte gioca la sua partita di scacchi. L’arte della guerra di Sun Tzu, un testo fondamentale per le accademie militari, fu scritto proprio in Cina 2000 anni fa. In molti millantano di averlo studiato ma se ne avessero compreso il significato saprebbero che la vittoria è frutto di calcoli precisi, quella migliore è ottenuta con il minor spreco di vite umane, energia e risorse.
Gli iraniani nel corso degli ultimi venti anni si sono attrezzati per la difesa del paese, nel contempo più volte hanno chiesto di sedersi al tavolo delle trattative e praticamente sono stati presi in giro e infine traditi dagli USA che, spinti da Israele, hanno attaccato l’Iran pochi giorni prima degli incontri negoziali indiretti precedentemente concordati tra le parti. Personalmente sono convinto che gli iraniani non fossero in malafede, al contrario, la malafede era quella degli statunitensi che dopo l’attacco, forse messi sotto pressione dalla sorprendentemente efficace reazione iraniana, hanno cercato invano più di un contatto indiretto attraverso la mediazione di alcuni paesi tra i quali l’Italia che non ha cattivi rapporti con l’Iran. La notizia è passata sottotraccia in quanto gli iraniani hanno risposto qualcosa del tipo no grazie, ora è tardi. Ora non sono più disposti alla trattativa, con il paese costantemente minacciato hanno avuto una pazienza difficilmente riscontrabile. Per inciso in relazione a questo ritengo che gli attacchi alle nostre basi in Iraq, che non hanno causato vittime, vadano intesi come avvertimenti. La presenza di nostri militari nella regione risale alle guerre condotte a guida USA per spodestare Saddam Hussein. A mio modo di vedere non saremmo mai dovuti andare e in ogni caso alla luce dei fatti credo che tale presenza andrebbe come minimo ripensata.
Quando scrivo che gli USA la guerra con l’Iran l’hanno già persa non scrivo castronerie, magari avrei dovuto essere più specifico definendola sconfitta strategica. Voci non confermate che si ascoltano oltre la cortina fumogena della “nebbia di guerra” parlano di vittime statunitensi nell’ordine delle centinaia e di Delta Force, le unità di élite dell’Esercito USA, catturati dagli iraniani in numero consistente. Qualora queste voci dovessero trovare conferma ci troveremmo di fronte a una disfatta degli USA a dispetto della forza d’urto impiegata in questa operazione, dall’epilogo difficilmente prevedibile, ordinata dal presidente Trump. Se egli pensava che l’Iran sarebbe caduto insieme alla testa della Guida Suprema si sbagliava. La struttura della Repubblica Islamica ricorda molto l’organizzazione dei movimenti rivoluzionari. Gli analisti hanno osservato che dopo la scomparsa di Ali Khamenei il vuoto di potere è stato colmato dalle forze armate iraniane che si sono riorganizzate autonomamente a livello territoriale. I comandanti locali agiscono di propria iniziativa e non si fermeranno finché il ricomposto governo legittimo non riprenderà le redini del paese e dirà loro di ritirare le truppe o combattere fino all’ultimo uomo. Se Trump pensava che la popolazione iraniana si sarebbe rivoltata in massa determinando la caduta delle istituzioni, la resa e il passaggio dei poteri a un esecutivo fantoccio si sbagliava, le mobilitazioni nel paese di sostegno alla nuova leadership sono state massicce. Le diverse etnie che compongono il corpo sociale iraniano hanno i loro problemi interni come in qualunque parte del mondo e tuttavia a quanto si può capire tutti si sentono persiani. La Persia era l’impero delle cento nazioni già 2000 anni fa (per inciso i Khamenei sono di stirpe azera che non è una etnia maggioritaria nel paese).
Anche Israele sta pagando caro l’azzardo, Tel Aviv e Haifa sono in fiamme e ora le voci che trapelano dagli analisti sui possibili sviluppi del conflitto sono agghiaccianti considerato che Netanyahu ha apertamente evocato la cosiddetta “Opzione Sansone”. Israele non ha mai ammesso davanti alla comunità internazionale di possedere testate nucleari ma è certo che le ha, e in caso di una minaccia esistenziale la loro dottrina prevede “muoia Sansone con tutti i Filistei”. Sappiamo tutti cosa vuol dire: trascinare l’intero Medio Oriente nell’olocausto nucleare, una possibile catastrofe umanitaria, politica ed economica per il mondo intero.
