Cronaca

“Gomorra – Le origini”, le prime due puntate hanno segnato il ritorno in grande stile delle vicende dei Savastano

Napoli 1977, un gruppo di scugnizzi balla al ritmo di disco music della MoTown trasmessa alla tv del Bar America, un bar di quartiere come tanti a Secondigliano. Al bancone un timido Pietro si unisce al gruppo. Potrebbe essere uno Stranger Things all’italiana invece é così che inizia la storia sanguinosa che porterà Pietro a diventare il luciferino Don Pietro Savastano. Ma Pietro non é ancora il Boss, è un guaglione pieno di sogni di rivalsa e di lusso irraggiungibile. Il giovane Pietro vive all’ombra di locali alla moda, auto sportive, belle donne e status symbol. Un ombra proiettata da Angelo ‘A Sirena. Un gangster, di quelli veri, di quelli a la Scarface, bello dannato e carismatico. Si desidera ciò che si vede e, dal basso della miseria proletaria di rione, il giovane Pietro vede A’ Sirena e ciò che rappresenta come l’unica via di fuga dalla sua condizione. Piccoli furti, bravate di poco conto in un ambiente dove si vive e si muore senza un senso. Tutto per impressionare la Sirena, a sua insaputa anche lui niente più che un gregario di poco conto serrato nelle maglie della gerarchia camorrista. Sullo sfondo con alcuni flashback che c’è da scommettere torneranno anche nelle prossime puntate, le vicende del “O paisano”, ma sia la somoglianza dell’attore scelto per la parte sia le vicende raccontate sono fin troppo chiare. Il riferimento è all’altro boss napoletano, il più famoso di sempre, che in quegli anni stava per cambiare per sempre l’Italia e il mondo criminale: Raffaele Cutolo.

Marco D’Amore mette in scena un noir unico, riformulando la ricetta Gomorra rinfrescandola senza svilirla di una virgola. La perdita d’innocenza di Pietro Savastano oscilla fra una degenerazione della narrativa coming of age e un gangster movie dove viene messa ancor più enfasi la gabbia spietata della camorra dove l’onore e l’obbedienza cieca sono armi utili soltanto al suicidio. Bastano i primi due episodi per capire che siamo di fronte ad un ritorno in grande stile del mondo di Gomorra. Il gioco di troni per le piazze di secondigliano lascia il posto al percorso di Pietro verso un mondo di violenza. Un desiderio di mettersi in luce togliersi dall’ombra dello squallore porterà un innocente giovane verso l’abisso. Un abisso che ha in sé il seme del massacro della serie originale. Come La Sirena ha forgiato don Pietro, don Pietro forgerà anni dopo l’Immortale Ciro che lo abbatterà. “Gomorra – Le Origini” parla di desiderio bruciante, incontrollabile, di sogni che si infrangono in una realtà fatta di morte, sangue e proiettili. Il giovanissimo Luca Lubrano e Francesco Pellegrino, rispettivamente Pietro ed Angelo, interpretano i loro personaggi con straordinaria efficacia, entrambi con un’espressività più che eloquente. Sguardi persi nel vuoto. Riflessioni silenziose che nemmeno gridate a squarciagola potrebbero essere così rumorose agli occhi dello spettatore. A far da cornice una colonna sonora indovinata e una fotografia quasi western più che NeoNoir come la serie originale. La scena del primo episodio in cui la banda cammina sotto la pioggia in silenzio (dire cosa é successo provocherebbe degli spoiler), ad esempio è così evocativa da essere degna del miglior Eastwood, di Leone, di Refn. Una partenza quindi in grande stile, che non risparmia niente, due episodi ricchi e densi da cui é impossible staccarsi. Grazie Sky, Grazie Gomorra e grazie a Marco D’Amore. Come sempre Italians do it better.