Gaza, la lotta contro freddo e malattie dopo le bombe, stretta di Netanyahu sugli aiuti, appello delle ong
Molte Ong forse non potranno più entrare a Gaza, e la popolazione nonstante la tregua soffre tremendamente. Con la «pace», meno missili ma anche meno aiuti all’orizzonte a Gaza per supportare due milioni di sfollati costretti a vivere tra fango e macerie: dal 1° gennaio entrano in vigore le nuove norme di registrazione per le ong internazionali, che potrebbero compromettere la fornitura di assistenza salvavita ai bambini e alle loro famiglie nella Striscia e in Cisgiordania. Save the Children è tra le organizzazione internazionali a cui le autorità israeliane hanno negato il rinnovo della registrazione: non potrà più entrare attraverso i confini controllati da Israele per fornire aiuti alle comunità palestinesi. La morsa israeliana resiste oltre la tregua, come pure l’ostilità del governo Netanyahu verso le ong.
Tutto questo avviene in una fase in cui i bisogni della popolazione sono enormi. I bombardamenti incessanti hanno devastato gran parte della Striscia, causando lo sfollamento di quasi due milioni di persone. Ora la popolazione affronta tempeste violente, piogge torrenziali e gelo intenso che mettono a dura prova chi vive in tende o rifugi di fortuna. Le forti piogge della tempesta Byron hanno già provocato alluvioni nei campi profughi e nelle aree più vulnerabili, sommergendo centinaia di tende e costringendo le famiglie a lottare il fango e a stare nell’acqua contaminata da liquami, aumentando il rischio di malattie. I casi di bambini e neonati morti per ipotermia nelle ultime settimane sono un tragico monito sulle conseguenze letali del blocco degli aiuti umanitari.
Per questo Save the Children chiede al governo di Israele di riconsiderare urgentemente le nuove norme di registrazione per le organizzazioni non governative internazionali, che potrebbero compromettere la fornitura di assistenza umanitaria salvavita ai bambini e alle loro famiglie a Gaza.
Nonostante le restrizioni, questa ong continuerà a operare grazie ai propri 300 operatori palestinesi e ai partner locali nei Territori Occupati, dove è regolarmente registrata presso l’Autorità Palestinese.
(Fonte Corriere della Sera)
