Cameriera costretta ad assumere droga e violentata per ore nel bar in cui lavorava: il gestore condannato a 6 anni
Possono essere delicati, complessi e, ovviamente, sofferti, i processi per reati di Codice rosso: arrestato per violenza sessuale e sequestro di persona ai danni di una cameriera del suo locale, un uomo di 37 anni era stato sei mesi in custodia cautelare in carcere, poi assolto in primo grado e, lunedì 16 marzo, condannato a sei anni di reclusione in Appello, la stessa pena che la Procura aveva chiesto davanti al gup. Nel frattempo, la persona offesa (costituita parte civile) è stata ascoltata quattro volte: due durante le indagini preliminari, una in abbreviato e l’ultima volta lunedì mattina in aula, dopo la decisione della corte d’Appello di Torino di rinnovare l’istruttoria dibattimentale. Del resto, come sempre in questi casi, tutto partiva dalla denuncia della ragazza, ventenne, il cui racconto era stato valutato inattendibile in primo grado, tanto da fare trasmettere gli atti in Procura. Nulla di tutto ciò, anzi: aspettando la motivazione, il resoconto della giovane deve essere stato giudicato genuino e coerente dalla corte — presidente Gianni Reynaud, consigliere relatore il giudice Carlo Gnocchi — che ha trasformata l’assoluzione in condanna. L’altro ribaltone, in primo grado, era avvenuto in seguito ai video estratti dalle telecamere del locale, scovati e analizzati dai difensori, gli avvocati Pierpaolo Berardi e Mario Bertolino. Immagini che, alla fine, avevano smontato la tesi investigativa. Morale, l’allora gup Agostino Pasquariello aveva assolto l’uomo, cittadino albanese, «perché il fatto non sussiste». La Procura, dopo le indagini della Squadra mobile coordinate dal pubblico ministero Davide Pretti, aveva appunto chiesto sei anni. Un’ipotesi investigativa ribadita nell’atto di appello e argomentata in giudizio dal sostituto procuratore generale Marina Nuccio. Condannato a sei mesi, per favoreggiamento, un amico del titolare del bar, che pure era stato assolto in primo grado.
L’episodio era accaduto una mattina del gennaio 2024, nello scantinato del locale, in prima periferia, per una violenza che si sarebbe protratta per quasi cinque ore: la giovane vittima, che lavorava nel bar da qualche giorno, aveva raccontato tutto al fidanzato, una volta arrivata sotto casa, facendo poi denuncia alla polizia. Negli atti era finito il resoconto di ore allucinanti: la cameriera era stata portata al piano di sotto per prendere alcune bevande, ma lì era stata bloccata dall’aggressore. Che l’aveva costretta ad assumere cocaina, che lui stesso stava consumando, per poi compiere abusi. Alla scena avrebbe assistito l’amico — imputato per favoreggiamento — e, soprattutto, un’altra ragazza, anch’essa cameriera nel bar. E la cui deposizione, in fase di indagini, non aveva smentito le scene, nonostante in alcuni punti qualcosa sembrava non quadrasse. In quelle ore la giovane sarebbe risalita al piano terra per andare in bagno — «ma non mi lasciava andare da sola», riferì lei — per poi tornare nel seminterrato e subire nuovamente atti sessuali.
Solo in un secondo momento, con una scusa, era riuscita a uscire dal bar: quando però, lei, la collega, e i due uomini, erano saltati a bordo di un taxi (abusivo), per raggiungere l’abitazione della vittima. Dove, alla presenza del fidanzato, si era finalmente liberata, raccontando tutto. E da lì, dopo la visita al pronto soccorso (lesioni al cuio capelluto ed ecchimosi alle ginocchia), c’era stata la denuncia; mentre l’uomo veniva fermato, restando in carcere dopo la convalida del gip. Una ricostruzione che ora ha convinto i giudici d’Appello, usciti dopo due ore di camera di consiglio.
(Fonte Corriere della Sera)
