Polvere di stelle

“Alien pianeta terra”, la serie di cui forse non c’era bisogno ma che incolla allo schermo

Esistono mostri sacri della letteratura e del cinema, vere e proprie icone dell’orrore talmente radicate nell’immaginario collettivo e nella cultura pop da essersi guadagnati l’immortalità concessa solo alla sfera divina. Dracula, Frankenstein, l’uomo invisibile, la mummia, il licantropo e lo zombie sono divenuti archetipi di terrore ed icone pop intramontabili grazie all’estro di case di produzione come la Universal Pictures e la mitica Hammer.
Il folklore si fa immaginario collettivo, l’immaginario collettivo diventa paura, la paura diventa carta stampata e celluloide. Ed ecco che il mostro diventa icona pop, l’icona pop, brand, macchina stampa soldi e beniamino per tutte le età.

La paura è sempre un sentimento che affascina al punto d trasformarsi in valvola di sfogo, l’horror, che sia su celluloide, cartaceo o poligonale, nella sua innocuità è necessario e sacrosanto per esorcizzare le nostre paure umane. Le paure si aggiornano con il passare dei decenni ed ecco che nuovi orrori vengono generati aggiungendosi agli antichi dei pagani del cinema.
Ecco quindi nascere l’onirico Freddy Krueger, l’implacabile Micheal Myers, il brutale Jason Voorhees, I Cenobiti di Hellraiser, il disturbante e buffo Chuckie e quello che forse più di tutti riassume le paure e le nevrosi del mondo contemporaneo. Lo Xenomorfo di Alien.

Creato dalla penna di Dan O’Bannon e Ronald Shusett, trasposto poi in un film diretto da Ridley Scott dove l’artista svizzero H.R. Giger ne delinea le sembianze, lo xenomorfo, colloquialmente detto “l’Alien” dagli spettatori, è un incubo su zampe ricco di suggestioni sessuali falliche e vaginali, un ciclo di vita che è un simbolismo dello stupro. Alien del 1979 fu uno sconvolgente film che tutt’ora disturba e terrorizza dal suo semplice intreccio di Umani contro la minaccia aliena agli orrendi sottotesti che scavano nella paura dell’ignoto e del carnale. Non a caso James Cameron alzerà l’asticella con un sequel carico di azione frenetica senza sacrificare la paura. Aliens – scontro finale getta le basi per un universo ed un franchise di grande potenziale che vedrà la sua temporanea conclusione in Alien3 di David Fincher. Alien3 ha un grande difetto ovvero aver avuto le pressioni della 20th century per creare un sequel che soddisfacesse il reparto marketing invece che dare libertà a registi e sceneggiatori . Dopo svariate riscritture, il terzo capitolo, seppur di indubbia qualità e ricco di ottime interpretazioni, è solo l’ombra del crepuscolo dell’idea originale ma ci vorrebbe un dossier a parte per discuterne.
La saga dello Xenomorfo, e di Ellen Ripley con lui, si conclude sul planetoide Fiorina “Fury” 161. Una trilogia perfetta.

E invece no, il pubblico non ne ha abbastanza, la 20th century Fox non ne ha abbastanza, i romanzieri autorizzati non ne hanno abbastanza ne i produttori di action figures. Iniziano le serie a fumetti, i crossover con altri mostri del cinema contemporaneo (uno su tutti Predator) e nel 97 Ripley e lo Xenomorfo vengono clonati per poi vedere degli alieni razza Predator combattere sulla terra contro altri Xenomorfi (e c’è pure un Raoul Bova in mezzo), si susseguono videogames, altre serie a fumetti finché Ridley Scott non sale di nuovo alla regia per fare chiarezza. Raconteró le origini dello Xenomorfo, dichiarerà. Esce quindi Prometheus ed il suo seguito (palesemente piagato da riscritture) Alien Covenant.

Prometheus per sè è un ottimo film con molte tematiche ma fallisce nel suo intento primario: “racontare l’origine dello Xenomorfo”
Nessuno voleva questo. Quello che lo Xeno rappresenta è implacabilità, perfezione, furia, morte, sessualità nella peggiore delle accezioni ma soprattutto l’ignoto. Alien funziona quando la cosa, di cui conosciamo vagamente la fisiologia, è ignota a noi. È il mostro sotto il letto, è il respiro nel vicolo buio, è il movimento che percepiamo con la coda dell’occhio.
Dargli una forma, un’origine di banale arma biologica di una razza aliena andata fuori controllo è stato ciò che ha distrutto la magia e l’efficacia del franchise Alien negli ultimi anni. La speranza di Alien Romulus di risollevare le sorti e riportare il terrore nello spazio, ad opera dell’ottimo Fede Alvarez, è parzialmente riuscita, pur abusando di citazionismo a tutti i costi e riportando in vita Ian Holm (parzialmente di cattivo gusto) Alien Romulus è una pellicola solida, che inquieta e disgusta come Alien e Alien3 e tiene incollati alla poltrona come Aliens . Un ottimo punto di ripartenza soprattutto a fronte del setting di indubbio fascino.

E la storia iniziata con Prometheus? Cancellata, 20th Century Fox punta alla terra, non più alle stelle. In streaming ora su Disney Plus, con episodi a cadenza settimanale, “Alien – Pianeta Terra” sfrutta il momentum di Romulus per proporre una storia originale, con personaggi nuovi e una nuova location.
Proprio quel posto dove per 7 film (10 contando gli spin off con Predator e il bellissimo Alien – Isolation) si è fatto di tutto perché lo Xenomorfo non si diffondesse. La terra. Pensate se l’avesse saputo Ellen Ripley che lo Xeno sulla terra ci era già arrivato, si sarebbe sbattuta molto meno e Bishop (quello vero di Alien3) non avrebbe fatto un volo intergalattico per recuperare l’ultimo esemplare. È proprio questo che non funziona in tutto ciò che è posteriore ad Alien3: se di Xenomorfi ne era piena la galassia perché fissarsi su quelli trovati dalla nostromo e soprattutto perché commettere sempre gli stessi errori?
Lo Xenomorfo non è più terrore, è solo un altro nemico, ancora peggio portato sulla terra con altre creature aliene ugualmente letali. Quindi bocciamo questo Alien – pianeta terra a priori? No. “Alien – Pianeta Terra” pecca di voler riscrivere e spiegare l’alieno, pecca nel non saper se prendersi sul serio o mantenere un tono solenne e soffocante, pecca nella pessima CGI in post produzione che sembra datata inizio 2000, pecca nel citare shot by shot scene iconiche, pecca nel dare plot armor ai giusti personaggi da subito senza nasconderlo regolando l’aggressività dello Xenomorfo da macchina di morte a gatto a cui hai rotto le balle e soprattutto pecca nel non avere una logica coerenza del progresso tecnologico del suo universo . Il più grande mistero di Alien come franchise rimane come la tecnologia nel 2093 (anno di Prometheus) risulti più avanzata che nel 2122 (anno di Alien, la serie Pianeta Terra è ambientata nel 2120) e di come magicamente siano comparse corporazioni in lotta con la Weyland Yutani che nel giro di poco spariranno non venendo più nominate. Ci vorrà una catastrofe al pari della Jihad Butleriana di Dune o dell’eresia di Horus di Warhammer 40’000 per giustificarlo.

Eppure, “Alien pianeta terra” tiene incollati, i personaggi sono, seppur rimandati ai capisaldi della serie, piacevoli e sorprendentemente efficaci. Il mondo terra, popolato e la corporate war in corso sullo sfondo non annoia. La fotografia ha guizzi di rara bellezza e suggestione, mai gratuite o autoreferenziali. Il ritmo è serrato e gli spunti sono parecchi. In realtà Alien – pianeta terra parte molto male nella prima mezz’ora del primissimo episodio. Il pensiero che ho avuto è stato “è brodaglia già vista condita con pipponi filosofici che vorrebbero avere lo spessore di Blade Runner ( ma non l’avranno mai) e una distopia cyberpunk che non serve al mondo di Alien” eppure a fine del primo episodio mi sono ritenuto soddisfatto ed ho continuato con una certa interessata diffidenza la visione e sono grato di averlo fatto.

Seppur ricco e pregno di difetti, dovuti alla mala gestione di un franchise che doveva trovare la sua fine o espandersi in modo più controllato ed intelligente (per questo ho dato un incipit di ampio respiro), Alien – Pianeta terra è ricco di potenziale e ottime interpretazioni (il mio personaggio preferito finora è stato Joe Hermit interpretato dal fantastico Alex Lawther) e potrebbe dare la giusta svolta ad un franchise fin troppo molestato da case di produzione avide e registi privi del dono dell’autocritica. Mal che vada rimarrà un prodotto di sicuro intrattenimento, un vero miracolo su Disney plus di questi tempi. Incrociamo le dita.