Cronaca

A cinque anni dalla sua morte, la drammatica storia di Donato Bilancia, il killer delle prostitute

Sono trascorsi ormai cinque anni dalla morte di Donato Bilancia, avvenuta il 17 dicembre 2020 a causa del Covid-19, dopo ventidue anni trascorsi in carcere. La sua figura resta una delle più oscure e complesse della cronaca nera italiana. La storia di Bilancia non è solo quella di un serial killer che in soli sei mesi, tra il 1997 e il 1998, tolse la vita a diciassette persone, ma è anche il racconto di una personalità complessa, che racchiude in se diverse sfumature: quella di avventato giocatore d’azzardo, quella di spietato assassino e, infine, quella del detenuto in cerca di redenzione. Nato a Potenza nel 1951, Bilancia si trasferì a Genova con la famiglia, dove il padre era impiegato e la madre casalinga. Fin da bambino, a causa delle prese in giro per il nome Donato, legato all’origine meridionale, preferì farsi chiamare Walter, tanto che in molti ritenevano che questo fosse il suo vero nome. Un’infanzia segnata da episodi umilianti, come l’essere denudato dal padre di fronte ai parenti per la sua enuresi notturna, contribuì forse a plasmare un carattere complesso e introverso.

Le prime esperienze criminali di Bilancia furono caratterizzate da piccoli furti. Per quarantasei anni, Bilancia si dedicò a furti mirati e studiati, diventando un esperto nel forzare serrature. Dopo una breve esperienza in carcere a causa del tradimento di un complice, scelse la via solitaria nel crimine. Era inoltre assiduo frequentatore della vita notturna genovese, in particolare delle bische e dei circoli dove si giocava a carte e alla roulette. In queste sale d’azzardo era conosciuto come un giocatore d’azzardo da puntata alta, che si muoveva freneticamente e in solitudine, parlando di rado e non dando confidenza a nessuno. Un evento tragico segnò un punto di non ritorno nella sua psiche: nel 1987, il fratello Michele, un uomo mite a detta di molti, si tolse la vita con il figlio di quattro anni in braccio, a causa della fine del suo matrimonio. Donato fu chiamato a riconoscere i corpi. Da quel momento, in lui si sviluppò una profonda malinconia e un odio viscerale nei confronti delle donne, viste come esseri inaffidabili e malfidenti.

Nell’ottobre del 1997 Bilancia mise in atto il suo primo crimine di sangue: il duplice omicidio di una coppia, Maurizio Parenti (tesoriere delle bische) e Carla Scotto. Seguirono altri quattro omicidi entro gennaio 1998. Inizialmente, gli investigatori non trovarono un filo conduttore, se non l’uso della stessa arma. Inizialmente, le vittime di Bilancia sembravano aver ben poco in comune: uomini uccisi per crudeltà o per questioni legate al gioco d’azzardo, e donne, uccise per un disprezzo che aveva radici profonde. Le ultime due donne furono ammazzate su un treno, a dimostrazione di una casualità e di un’assenza di movente se non la furia omicida. La svolta nelle indagini arrivò nel marzo 1998, dopo che Bilancia uccise una prostituta a Cogoleto. Quell’omicidio, unito ad altri casi, permise alle diverse Procure coinvolte di far confluire i fascicoli in un unico filone investigativo. I Ris di Parma confermarono che i proiettili provenivano da una Smith & Wesson calibro 38 special. Un dettaglio cruciale fu fornito da una ragazza transessuale ecuadoregna, sopravvissuta a un agguato in cui Bilancia aveva ucciso due guardie notturne a Novi Ligure. Nonostante fosse stata colpita da tre proiettili alla pancia, riuscì a dare indicazioni importanti sull’auto dell’assassino, una Mercedes nera.

L’arresto avvenne il 6 maggio 1998 all’ospedale San Martino di Genova. Un’indagine incrociata sugli orari delle infrazioni autostradali (Bilancia passava senza pagare) con gli orari degli omicidi, permise di risalire al suo amico, Pino Monello, intestatario dell’auto. Dopo sette giorni di silenzio, Bilancia confessò diciassette omicidi, inclusi alcuni che non erano stati precedentemente classificati come tali (come la morte di Giorgio Centanaro, inizialmente ritenuta naturale). Durante gli interrogatori, Bilancia mantenne un atteggiamento manipolatorio, mostrando una visione grandiosa di sé e del suo operato, sia come ladro che come assassino. Si mostrava come un uomo d’intelletto superiore rispetto alle sue vittime e agli inquirenti stessi.

Il processo di primo grado iniziò il 13 maggio 1999. Dopo undici lunghi mesi di udienze, il 12 aprile 2000, Bilancia fu condannato a tredici ergastoli totali, e a pene accessorie per gli altri crimini commessi. Bilancia non si presentò mai in aula nel corso dell’intero procedimento giudiziario a suo carico.
Durante il secondo grado di giudizio, la difesa tentò di sostenere la semi-infermità mentale, ma le perizie mediche non riscontrarono alcun fondamento a tale ipotesi. La condanna fu confermata in via definitiva.

Donato Bilancia ha trascorso la sua pena nel carcere di Padova. Inizialmente taciturno e isolato, fu spesso preso di mira dagli altri detenuti a causa dell’efferatezza dei reati commessi. Tuttavia, Bilancia, durante il suo lungo percorso di detenzione conobbe una profonda trasformazione. In carcere, si convertì alla fede cristiana, si diplomò e intraprese un percorso universitario in Gestione del turismo culturale. Fu soprattutto la partecipazione alle attività teatrali a cambiarlo, aiutandolo a risocializzare con gli altri detenuti e a riavvicinarsi alla propria interiorità.

Bilancia divenne una figura particolarmente vicina alla fede, tanto che decise di scrivere una lettera a Papa Giovanni Paolo II. Decise anche di donare supporto economico dal carcere, inviando periodicamente piccole somme di denaro a famiglie in difficoltà. Quest’ultima sfumatura della complessa personalità di Bilancia, che ebbe origine lontano dai riflettori, non fu mai realmente conosciuta dall’opinione pubblica e che rimase nota solamente a coloro che vivevano la quotidianità del carcere insieme a lui. Donato Bilancia, ammalatosi di Covid-19, morì il 17 dicembre 2020 dopo alcuni giorni trascorsi nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Padova. Dopo ventidue anni trascorsi in prigione e con un solo giorno di permesso all’attivo, richiesto per fare visita alla tomba dei propri genitori, si conclude così la drammatica esistenza di uno dei serial killer più feroci del nostro paese.