Cronaca

Rosa Parks e quel “no” che 70 anni fa cambiò per sempre le battaglie per i diritti civili

Settant’anni fa, Rosa Parks si rifiutò di cedere il posto a un passeggero bianco su un autobus di Montgomery, in Alabama. Quel gesto semplice ma determinato la rese un’icona mondiale della giustizia e dei diritti civili degli afroamericani. Il suo “no” segnò l’inizio di un lungo boicottaggio dei mezzi pubblici della città, aprendo una nuova era nella lotta contro la segregazione razziale. Il rifiuto più famoso. Era il primo dicembre 1955 quando Rosa Parks (nata Rosa Louise McCauley), una sarta afroamericana che abitava in periferia e ogni giorno prendeva l’autobus per andare al lavoro nel centro di Montgomery, capitale dell’Alabama, negli Stati Uniti. Stanca dopo una giornata di lavoro, non trovando posti liberi nel settore riservato agli afroamericani, decise di sedersi nei posti dedicati ai bianchi. Dopo qualche fermata l’autista le chiese di lasciare libero quel posto a un bianco salito dopo di lei. Era lo stesso autista che 12 anni prima l’aveva obbligata a scendere dal bus perché era salita nella parte anteriore della vettura invece che nel retro, come all’epoca prevedevano le leggi segregazioniste. Stavolta però lei rifiutò di alzarsi. Per questo no, Rosa Parks fu arrestata e processata. Protagonista di almeno sette tra film e documentari, la sua storia è raccontata da diversi scrittori. In ultimo, da Marilena Umuhoza Delli, nata in Italia da padre bergamasco e madre ruandese, autrice del libro per bambini, ‘Rosa Parks che restò seduta’ (Einaudi Ragazzi, 2025). “L’autobus è uno di quei luoghi dove abita il razzismo e io, sulla mia pelle, ho vissuto questo razzismo.

La prima volta che ne ho preso uno – racconta la scrittrice, – avevo sette anni e accompagnavo mia mamma al lavoro. Un gruppo di ragazzi, salito alla fermata successiva, ha iniziato a urlarci contro perché avevamo la pelle nera. Scrivere la storia di Rosa Parks mi ha riportata a quel giorno. E a tutte le volte che sono entrata in un autobus e un passeggero ha messo lo zaino sul sedile vuoto accanto, anche di fronte a mia madre, che camminava con le stampelle. Ho scritto questa storia per Rosa Parks, per me e per tutte le persone che vogliono prendere un autobus e sentirsi libere”. Torniamo al 1955. Rosa aveva ereditato lo spirito di giustizia dal bisnonno materno, figlio di un padrone di piantagioni bianco e di una schiava domestica. Il suo semplice ma coraggioso gesto di disobbedienza civile scosse la comunità nera di Montgomery, composta all’epoca di circa 50mila persone, e divenne il simbolo della lotta per i diritti civili negli Stati Uniti. A sostenerla arrivò un giovane reverendo, Martin Luther King. Come lui, cristiana protestante, Parks aveva 42 anni, mentre King ne aveva meno di trenta. Per chiederne la scarcerazione e sostenere il suo no, infatti, iniziò uno dei boicottaggi più famosi della storia: quello degli autobus di Montgomery, una protesta pacifica che durò più di un anno.

“Gli afroamericani – ricorda Gianni Maritati, giornalista Rai e autore del libro ‘La rivoluzione in autobus. Vita di Rosa Parks’ (Edizioni Città Nuova, 2023) – decisero di non utilizzare più i mezzi pubblici per andare al lavoro, organizzandosi con auto collettive o camminando a piedi. Fu un grande sacrificio: molti lavoravano nelle case dei bianchi in centro e abitavano lontano, ma resistettero con determinazione. I bianchi razzisti cercarono di ostacolare la protesta, vietando l’uso delle auto collettive. Tuttavia, la compagnia dei trasporti, priva dei passeggeri neri che costituivano la maggior parte dei clienti, subì gravi perdite economiche”.

Dopo 381 giorni di boicottaggio, la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò incostituzionale la segregazione razziale sui mezzi pubblici, il 13 novembre 1956. “Non potevo immaginare che in quel momento si stesse facendo la Storia. Ero solo stanca di arrendermi sempre”, dirà in seguito Rosa Parks. Una vittoria storica, ma non definitiva. “La segregazione di fatto è continuata ancora: tra legalità e realtà c’era molta strada da percorrere. Ma se è vero che la mentalità può cambiare le leggi, a volte devono essere le leggi a cambiare la mentalità, che ha tempi molto più lunghi”, ricorda Maritati.

Dopo la liberazione, si dedicò all’educazione dei giovani, alle manifestazioni civili e alle migliaia di lettere che riceveva da tutto il mondo. Subì minacce di morte e si trasferì nel Nord, dove continuò la sua battaglia civile. Ma, come dichiarò Bill Clinton nel 1999, consegnandole la Medaglia d’Oro del Congresso, “mettendosi a sedere, si alzò per difendere i diritti di tutti e la dignità dell’America”.

(Fonte Ansa)