Cronaca

“La Mala milanese”, tra Vallanzasca ed Epaminonda, anni di sequestri, morte e coca

Tra gli anni Sessanta e Ottanta, Milano fu teatro di una delle pagine più oscure e affascinanti della sua storia criminale: l’ascesa della “Mala milanese”. Questo fenomeno non fu solo un insieme disorganizzato di atti violenti, ma un vero e proprio sistema criminale che intrecciava rapine, sequestri di persona, il nascente traffico di droga, cocaina in primis,  e bische clandestine. In un periodo di forte cambiamento urbano e sociale, che è portò Milano a diventare la capitale economica del Paese. Il tradizionale sistema di controllo criminale locale, basato su figure marginali, si evolse in un fenomeno sempre più organizzato e composito. La Mala milanese si distinse per la natura fluida e la capacità di mescolare gli affari con la violenza sanguinosa. Parallelamente, i suoi protagonisti riuscirono sviluppare un profilo che conferì loro un’oscura notorietà del tutto nuova nel mondo del crimine organizzato. Primo fra tutti Renato Vallanzasca, il carismatico leader della banda della Comasina; Francis Turatello, considerato l’unico vero gangster, capace di intrattenere contatti con le mafie del sud e infine Angelo Epaminonda, detto il Tebano, prima braccio destro di Turatello, asceso repentinamente al potere tra la fine degli anni Settanta e gli inizi del decennio successivo. Si tratta di icone che contribuirono a scolpire l’immagine ambivalente e ricca di contraddizioni della criminalità meneghina. Un articolo su Angelo Epaminonda offre una prospettiva cruciale per la comprensione dell’apogeo della Mala milanese, nel tentativo di colmare una lacuna significativa verso gli altri due protagonisti, già ampiamenti tratteggiati dalla cronaca del tempo e dai media.

Angelo Epaminonda, nato a Catania nell’aprile del 1945, emerse rcon estrema rapidità nel sottobosco criminale milanese. Inizialmente si aggregò alla potente banda di Francis Turatello, diventando presto uno degli elementi chiave. Epaminonda era un abile conoscitore del gioco d’azzardo e divenne la figura fondamentale nella gestione delle bische clandestine che Turatello controllava. Era lui a dirigere di fatto le sale da gioco, un settore estremamente oneroso e strategico per l’accumulo di capitale illecito. Una data cardine nel corso della narrazione è il 17 agosto 1981, giorno in cui si ruppe definitivamente l’equilibri di potere Francis Turatello, che stava scontando 12 anni di detenzione, venne assassinato a soli 37 anni nel carcere di Badu ‘e Carros. La sua scomparsa lasciò un vuoto di potere immediato e brutale a Milano che andava necessariamente riempito.

Epaminonda non esitò a sfruttare l’occasione. Forte del gruppo di uomini che coordinava, in gran parte catanesi e soprannominati gli “Indiani” per la loro prontezza d’azione, Epaminonda scatenò una guerra interna spietata per l’egemonia criminale. In breve tempo consolidò il controllo sulle attività illecite, espandendosi aggressivament e nel nascente e assai più redditizio racket della cocaina.

Una volta potere fu raggiunto, consolidandosi come uno dei capi malavitosi più temuti in tutto il Paese, la sua caduta fu repentina. Nel 1984, la sua carriera criminale si interruppe bruscamente: a causa di un tradimento da parte di un membro della sua stessa banda, che riferì alle forze dell’ordine il luogo del suo nascondiglio, Epaminonda fu arrestato. Messo alle strette dagli inquirenti, il Tebano compì una scelta che cambiò il corso della giustizia e della lotta alla criminalità organizzata a Milano: decise di collaborare con la giustizia. Le sue rivelazioni risultarono cruciali per smantellare diverse organizzazioni e incastrare figure di spicco della Mala.

Al termine del processo, fu condannato a 29 anni di reclusione. Tuttavia, grazie alla sua collaborazione, la maggior parte della pena fu scontata in regime di protezione testimoni, fuori dalle mura del carcere. La notizia della sua morte, avvenuta nell’aprile del 2016 all’età di 71 anni, fu comunicata solo otto mesi dopo dai famigliari. Un dettaglio postumo, riportato dalle cronache, suscita una nota di ironia: dopo aver scontato la sua pena, pare che Epaminonda abbia ricoperto per lungo tempo il ruolo di gestore di una sala giochi. Un epilogo che, in un amaro scherzo del destino, lo riportò nell’ambiente che gli aveva conferito potere e denaro, ma questa volta, apparentemente, dalla parte della legalità.

La Milano della Mala, violenta e sanguinosa, si chiuse definitivamente a metà degli anni Ottanta. L’arresto e la collaborazione di Epaminonda segnarono un punto di non ritorno per le organizzazioni criminali che l’avevano contraddistinta fino a quel momento. La criminalità meneghina abbandonò gradualmente la “violenza di sangue” che aveva caratterizzato quell’epoca. Iniziò un processo criminale totalmente nuovo, che si concentrò su un business più organizzato e meno visibile, finalizzato all’acquisizione massiccia di denaro e potere attraverso l’infiltrazione nell’economia legale e l’interlocuzione diretta con la pubblica amministrazione. La stagione dei gangster milanesi, con i loro codici d’onore e la loro efferata notorietà, era defintivamente giunta al termine.