I medici la rimandano a casa dicendole che è tutto a posto, ma aveva un tumore e muore, 1 milione ai familiari
Un errore incredibile da parte dei snaitari di un centro diagnostico di Latina. La rimandano a casa dicendole che non aveva nulla, ma aveva un tumore al seno e muore. Ora i familiari dovranno essere risarciti. Nel 2011 i medici la rassicurarono dicendole che era tutto a posto e di poter tornare a casa tranquilla. Ma non le cosa stavano diversamente, purtroppo. Maria (il nome è di fantasia) all’epoca aveva 43 anni e ciclicamente effettuava controlli medici, soprattutto al seno, e anche in quel caso era andata in un centro di Latina specializzato in mammografie, per alcuni esami di screening preventivi per tumore alla mammella. Ma i medici dopo le visite e un’eco mammografia le avevano detto che sì c’erano alcune “microcalcificazioni tondeggianti” ma che non c’era nulla di cui preoccuparsi e l’avevano invitata a ripetere gli esami l’anno successivo, “senza prescrivere alcun approfondimento diagnostico a breve termine”, stando al resoconto processuale. Maria solo dopo circa un anno si accorge in sede di visita di avere un carcinoma al seno molto aggressivo e inizia i protocolli sanitari previsti per il suo caso ma ormai è troppo tardi. Il tumore nei mesi è avanzato rapidamente e con metastasi e nonostante gli interventi chirurgici e i cicli prolungati di chemioterapia nel 2015 muore. Aveva 47 anni. I familiari (il marito e i due figli) vogliono vederci chiaro e iniziano un causa civile di risarcimento danni perché nel frattempo i loro avvocati e i loro periti si sono persuasi che quel tumore fosse già presente all’epoca della visita del 2011 e che i medici già all’epoca avevano in mano tutti gli strumenti e gli esami epr accorgersene e intervenire n tempo. Nei giorni scorsi il Tribunale di Latina ha stabilito un risarcimento da 1 milione e 50 mila euro per la sua famiglia. Per il giudice Stefano Fava non ci sono dubbi su come si sono svolte le cose: “Ne consegue che deve essere riconosciuto il nesso causale tra condotta omissiva colposa dei sanitari ed il decesso (o perdita anticipata della vita) della paziente”. A tali conclusioni il Tribunale civile di Latina è arrivato dopo aver raccolto tutta la documentazione medica della donna e dopo aver disposto una perizia medico-legale. Si legge infatti molto chiaramente in sentenza: “La mancanza di approfondimento diagnostico, nel caso in specie, ha comportato un ritardo diagnostico. Una diagnosi tempestiva della patologia neoplastica avrebbe sicuramente migliorato le chance terapeutiche di sopravvivenza della paziente ma anche la sua qualità di vita”. La donna infatti dal 2012 fino al decesso avvenuto nel 2015 si era dovuta sottoporre a cicli di chemioterapia, intervento di mastectomia radicale destra, radioterapia e terapia ormonale. Nel procedimento giudiziario dunque il giudice ha accolto la tesi del legale della famiglia, l’avvocato Andrea Barbesin, e stabilito la responsabilità dei sanitari per la non corretta interpretazione della mammografia del 2011, e delle micro calcificazioni sospette, per l’omessa indicazione di approfondimento diagnostico a breve termine, favorendo così lo sviluppo della neoplasia mammaria maligna, laddove una diagnosi precoce, invece, come detto, avrebbe comportato un intervento più conservativo, e impedito la progressione del tumore agli stadi successivi, molto più pericolosi e letali, come nel caso di Maria. Queste le decisioni al termine del primo grado civile di giudizio.
(Fonte Corriere della Sera)
