Ritardi nel parto e il neonato nasce con danni cerebrali, maxi risarcimento da oltre 4 milioni di euro
La donna è stata lasciata in stanza senza controlli sul feto, per ore, e quando i medici dell’ospedale di Campo di Marte di Lucca si sono accorti di cosa stesse succedendo realmente, era ormai troppo tardi. Il bambino viene al mondo con un cesareo ma con gravi lesioni cerebrali e irreversibili e per i giudici non esistono dubbi sulle responsabilità del drammatico avvenimento: “il grave danno cerebrale riportato dal neonato è senza dubbio ascrivibile alla condotta colposa dei sanitari consistita nell’omessa prolungata sorveglianza del benessere fetale”. Il bambino era in sofferenza, ma nessuno ha verificato. Nei giorni scorsi il giudice Alessandra Migliorino del Tribunale civile di Pisa, accogliendo le richieste del legale della famiglia, l’avvocato Giovanni Dal Poz, ha condannato l’azienda sanitaria (che ha poi incorporato Campo di Marte) a pagare 4 milioni e 200 mila di risarcimento, più interessi e spese legali. Una sentenza che riguarda un avvenimento decisamente drammatico ma ad aumentare il peso della situazione c’è un complesso iter giudiziario alle spalle. I fatti risalgono ai primi di marzo del 2005, oltre 20 anni fa. La donna arriva all’ospedale di Lucca dell’epoca intorno all’una di notte, del 3 marzo del 2005, dopo che le si erano rotte le acque, e inizia un sequela di eventi che ha portato poi alle terribili conseguenze per il nascituro, e per l’intera famiglia, come riportato in sentenza. La donna viene visitata e lasciata nella stanza: alle 7 del mattino e poi alle 9 ci sono altre due visite, ma esclusivamente nei confronti della donna, stando al resoconto processuale, nessun accertamento sul feto, nessun tracciato, nessun esame. Solo alle 10 e 40 l’ostetrica si accorge di una decelerazione del battito cardiaco fetale che risultava chiaramente bradicardico. Dopo 5 minuti viene effettuato il primo tracciato cardiotocografico continuo (per monitorare il battito) sul nascituro, che si protrae sino alle ore 11, e a quel punto il quadro diventa chiaro: il feto soffre di una grave e pericolosa bradicardia. Chissà da quanto, non lo sapremo mai proprio per la mancanza di controlli precedenti. I medici del reparto chiedono la preparazione della sala operatoria al fine di eseguire taglio cesareo urgentissimo. Il piccolo dopo la nascita viene trasferito con diagnosi di “asfissia neonatale grave” presso l’unità operativa di Pediatria dell’ospedale di Lucca, e da lì inizia un primo percorso di stabilizzazione che a giugno porterà all’infausta diagnosi di “paralisi cerebrale infantile”. Oggi il ragazzo ha 20 anni ma risulta affetto da tetraparesi spastica di tipo discinetico, grave ritardo mentale, non parla e non scrive, risponde tramite tablet; si sposta con sedia a rotelle che non manovra autonomamente, mangia imboccato in piccole quantità. Dopo i primi anni di vita, in cui i genitori e la sorella si preoccupano solo ed esclusivamente di stabilizzare la vita del ragazzo, insieme ai medici che lo hanno successivamente preso in cura, comincia l’altrettanto travagliato percorso giudiziario per capire cosa sia andato storto e di chi sono le eventuali responsabilità. Un iter come detto, molto complicato, che inizia a Lucca e finisce a Pisa a distanza di oltre 20 anni per diversi motivi tecnici.
Il Tribunale di Pisa dopo aver raccolto la copiosa documentazione clinica e sanitaria del ragazzo, ascoltato alcuni testimoni e disposto una perizia medico-legale è arrivato alle conclusioni che la donna e il feto che aveva in grembo andavano monitorate in modo continuativo: “Il caso è stato caratterizzato da negligenza nel controllo del benessere fetale, con un lungo periodo di assenza di controllo, non conforme alle linee guida ed alla buona pratica clinica, che ha permesso nell’ultima fase del travaglio l’ipossia su un feto gravemente sofferente per intensa e prolungata bradicardia che, non prontamente corretta, ha determinato il danno neurologico”. Per i giudici, infine, un tempestivo intervento avrebbe consentito di anticipare il parto cesareo, eliminando o quantomeno riducendo gli effetti dell’ipossia che hanno cagionato il grave danno celebrale del nascituro. Questa la decisione al termine del primo grado di giudizio.
