Cronaca

Il racconto in aula del pentito Raso: il narcos e il figlio del poliziotto, il patto segreto che teneva in piedi un impero

Dalla vita dorata a Barcellona alla confessione in aula: Vittorio Raso, ex boss torinese, racconta i retroscena di un traffico internazionale e il ruolo insospettabile del figlio di un ex commissario. Cappellino bianco calato sugli occhi, giubbotto scuro sulle spalle, Vittorio Raso siede di spalle nell’aula blindata del carcere. Davanti ai giudici, in videocollegamento, non c’è più il “signore della rotta spagnola” ma un uomo che ha deciso di vuotare il sacco. Il suo racconto, a tratti gelido, svela i retroscena di un impero costruito tra i quartieri eleganti di Barcellona e le periferie di Torino. «Ho continuato a occuparmi di affari internazionali per mantenere risorse economiche», dice con voce ferma. È l’ammissione di chi ha vissuto cinque anni da fantasma, tra appartamenti di lusso sull’Avinguda Diagonal e cene nei ristoranti napoletani della capitale catalana. Una latitanza dorata, ma sempre in fuga. Fino a quel giorno del 2022, quando la polizia spagnola lo arrestò ponendo fine a una carriera cominciata quasi per caso, e proseguita per scelta.

L’uomo che muoveva tonnellate di merce. Raso, oggi collaboratore di giustizia, gestiva – secondo le sue stesse parole – tonnellate di “merce” che dalla Spagna viaggiavano verso l’Italia attraverso una rete di corrieri fidati. Un’organizzazione capillare, silenziosa, dove nulla era lasciato al caso: telefoni criptati, incontri nei parcheggi, denaro che passava di mano senza mai lasciare tracce. Le sue parole hanno scosso l’aula durante la prima udienza del processo che vede imputati tre uomini legati al suo vecchio gruppo. Una deposizione che suona come un romanzo criminale, ma scritto con precisione da contabile.

Biglietti della Juve e affari paralleli. Quando il pubblico ministero lo incalza sui legami con Marco Pontonio, Raso sorride amaramente. «Ci siamo conosciuti intorno al 2011 o 2012, ai tempi dei biglietti della Juventus», racconta. Sì, perché dietro la passione calcistica si nascondeva già allora un business parallelo: i biglietti che un gruppo ultras, i “Bravi Ragazzi”, gli consegnava gratuitamente e che venivano rivenduti sul mercato nero. «Ci eravamo presi una fetta dello stadio», dice, quasi con orgoglio.

La doppia latitanza. Quando la giustizia si avvicina troppo, Raso fugge in Spagna. Ma non è solo. A Barcellona ritrova Pontonio, anche lui latitante. Insieme gestiscono contatti, rotte e denaro. Nei taccuini sequestrati dopo il suo primo arresto, i magistrati trovano nomi e cifre: accanto a uno di questi c’è scritto “Prete” o “Padre Pio”. È il soprannome di Pontonio, “perché era un uomo buono e non negava mai un aiuto”. Buono, ma con le mani immerse nei traffici.

 

Il figlio del poliziotto. Il momento più sorprendente arriva quando Raso racconta chi gestiva i suoi affari in Italia. Un nome che gela l’aula: Riccardo De Simone, figlio di un ex commissario di polizia. «Lui era il mio uomo in Italia», dichiara. «Quando io ero in Spagna, De Simone prese in mano la situazione. Si occupava del magazzinaggio e della redistribuzione del materiale». Una rivelazione che getta ombre su un mondo dove il confine tra legalità e crimine si dissolve. De Simone, già condannato in appello, avrebbe gestito la logistica e le consegne attraverso uomini di fiducia.

Il re pentito. Oggi, nel carcere dove sconta la sua pena, Vittorio Raso tenta di riscrivere la propria storia. Non più il boss che sfidava la legge da una terrazza di Barcellona, ma un uomo che cerca di sopravvivere tra ricordi e colpe. Le sue parole, però, restano pesanti come macigni. Dietro ogni frase emerge l’immagine di un sistema perfetto, oliato, capace di unire ultras, latitanti e insospettabili figli di poliziotti in un unico, colossale affare. Un mondo parallelo che per anni ha viaggiato nell’ombra, fino a quando il suo re, stanco di fuggire, ha deciso di parlare.