Iran, Gaza e Ucraina, situazioni diverse ma con un denominatore comune: il rischio che possa peggiorare
Lo scorso fine settimana è successo di tutto. Molto probabilmente gli Stati Uniti si preparano a un attacco di terra in Iran per stabilire una testa di ponte sull’isola di Kharg che aprirebbe la strada alla possibilità di una invasione vera e propria. Una mossa che facilmente potrebbe rivelarsi catastrofica al di là degli esiti puramente militari. Le guardie della rivoluzione iraniane hanno proclamato di aspettare lo sbarco dei marines. Tuttavia si segnala una crescente insofferenza tra le fila dell’esercito statunitense, le associazioni dei veterani riferiscono di un aumento significativo delle domande per lasciare il servizio a causa di una guerra definita illegale e inutile soprattutto per gli attacchi indiscriminati contro i civili che hanno causato tragedie come la strage delle bambine nella scuola di Minab.
Intanto continuano incessanti i raid dell’aviazione israeliana in Libano, le truppe con la stella di David sono entrate anche via terra nel sud del paese e avanzano contrastate dalle milizie di Hezbollah che non sono certo rimaste a guardare. A quanto riferito da alcune fonti un gruppo di combattenti libanesi è entrato a Kiryat Shmona, una cittadina israeliana a ridosso del confine libanese, issando le bandiere gialle di Hezbollah su una collina. Di questo non vi è conferma anzi direi che potrebbe essere una falsa notizia, tuttavia è certo che la cittadina è stata bersagliata più volte dai razzi delle milizie alleate dell’Iran che hanno provocato diversi danni.
Gravissimo il caso dei tre giornalisti libanesi uccisi da un missile che ha centrato in pieno la loro automobile: si tratta di Fatima Ftouni e Mohammed Ftouni, dell’emittente televisiva Al-Mayadeen, e Ali Shuaib, dell’emittente Al-Manar. Parrebbe non essere una novità considerato il numero enorme di giornalisti che sono caduti facendo il loro dovere di cronisti in Libano, a Gaza, in Cisgiordania, ovunque vi sia un teatro di guerra. Ma in questo caso per la prima volta l’assassinio di questi giornalisti è stato rivendicato da Israele che li ha bollati come fiancheggiatori dei terroristi. Altro atto inaudito da parte israeliana impedire al cardinale Pizzaballa l’accesso alla messa della domenica delle Palme a Gerusalemme. Uno sgarbo a tutti i cristiani, in particolare del Medio Oriente visto che non sono rari tra i palestinesi.
Padre Gabriel Romanelli da Gaza traccia un panorama che definire desolante è poco. Dopo la pioggia di missili è arrivata anche la vera alluvione e le persone sono tornate a vivere nelle rovine delle loro case senza elettricità da ormai due anni. Gli aiuti della comunità internazionale vengono in gran parte sequestrati dalle autorità israeliane e non riescono a soddisfare il grande bisogno che c’è soprattutto per quello che riguarda la normale sussistenza. Come in ogni realtà investita dalla guerra è nata la borsa nera, il denaro scarseggia e sono poche le persone che possono accedere al cibo. Ma nonostante tutto la vita vuole farcela a Gaza e va avanti anche in un cumulo di macerie.
Secondo quanto riportato dall’emittente israeliana Channel 13 il capo di Stato Maggiore delle IdF, Eyal Zamir, avrebbe rilevato la possibilità che l’esercito non riesca a far fronte alla carenza di personale dovuta ai troppi impegni operativi assunti su diversi fronti. Illustrando al governo la situazione critica Zamir ha posto l’accento sull’approvazione di una nuova legge riguardante la coscrizione obbligatoria che preveda una ferma più lunga oltre che la necessità di riformare il servizio dei riservisti. Anche lo Yemen è ormai entrato pienamente nel conflitto: le milizie degli Houthi alleate dell’Iran, hanno iniziato le operazioni con salve di missili balistici verso obiettivi militari israeliani nel sud della Palestina occupata; non si segnalano feriti o vittime. Il portavoce militare Saree ha dichiarato che le forze yemenite sono pronte a un intervento militare diretto qualora Israele e Stati Uniti dovessero innalzare il livello del conflitto avvertendoli inoltre di non intraprendere iniziative militari nel Mar Rosso.
Gli Stati Uniti hanno venduto come vittorie tutte le disfatte a cui sono andati incontro dopo il 1945. Tuttavia è vero che i paesi che hanno dovuto affrontare il conflitto con gli Usa ne sono usciti devastati dal punto di vista materiale ed economico. In molti casi gli eserciti nazionali di quegli stati non sono stati in grado di contrastare gli attacchi statunitensi. A fronte di ciò le truppe Usa spesso hanno dovuto affrontare la guerriglia da parte di volontari poco addestrati e meno equipaggiati che comunque sono riusciti in molti casi a tenere testa ai marines e in alcuni eclatanti casi (per es. in Vietnam ma anche in Afghanistan) li hanno costretti a tornarsene a casa, molte volte dentro una sacca di plastica nera.
Stavolta però è diverso, gli Stati Uniti e Israele si sono trovati davanti una entità statale che non è caduta ma al contrario appare determinata e a difendersi e a contrattaccare in quanto la sua stessa esistenza viene minacciata. C’è da notare che oggi l’Iran è un paese giovane e di ingegneri, per questo è riuscito a realizzare armamenti in quantità e a un costo relativamente limitato in grado di danneggiare e mettere in crisi i sistemi difensivi più sofisticati ed estremamente più costosi di Stati Uniti e Israele. La vittoria è frutto di calcoli, puoi prevederla ma non determinarla, questo prescrive l’arte della guerra. In questo momento l’Iran ha l’esclusiva della escalation. Non solo riesce a contrastare gli attaccanti ma risponde militarmente in maniera incisiva colpo su colpo promettendo una risposta credibile di eguale intensità e questo conferisce un vantaggio. Relativamente al sostegno all’Iran da parte della Russia, in una recente intervista il ministro degli Esteri russo Lavrov ha messo in chiaro che con la Repubblica Islamica dell’Iran esiste una partnership strategica che non è la stessa cosa di una alleanza. Ne consegue che il sostegno in termini di intelligence fornito dai servizi segreti russi arriva fino a un certo punto.
Questo conferma che stiamo trattando di un conflitto globale le cui radici vanno cercate in più di 30 anni fa. Questa guerra mondiale a pezzi o come è stata ancor meglio definita guerra multipolare sta cambiando totalmente gli equilibri del mondo. Non solo dal punto di vista militare ma ovviamente anche da quello economico. Abbiamo già notato come l’obiettivo degli Stati Uniti in tutto il mondo è controllare gli stretti commerciali. I più importanti non sono nemmeno una decina probabilmente, e in questi rientra anche lo stretto di Taiwan. Agli Stati Uniti dell’indipendenza di Taiwan (che nell’isola è sostenuta da una esigua minoranza pagata a suon di dollari) non importa niente, l’unico cruccio per loro è il controllo dei traffici commerciali nello stretto. Gli USA sono una nazione pirata che attua questa politica aggressiva come unico modo per non affondare con tutta la nave.
Per quello che riguarda la questione ucraina da segnalare che nel momento i cui alcuni rappresentanti della Duma, il parlamento russo, si trovavano in visita diplomatica negli Usa, uno dei porti vicino San Pietroburgo è stato attaccato per la terza volta nel giro di una settimana, evidentemente per sabotare i colloqui, da parte di chi non è dato sapere considerati tutti gli attori coinvolti nel conflitto. Nel Donbass le cose per la Russia non vanno per il meglio, l’offensiva pare esaurirsi, anche questa è diventata una guerra di attrito. Si può supporre che anche il presidente russo Putin puntasse a un veloce cambio di regime in Ucraina a giudicare dalle forze messe in campo all’inizio dell’Operazione Militare Speciale (non meravigliamoci dal linguaggio che non è tanto diverso dalle operazioni di polizia internazionale intraprese dall’Occidente) ma chiaramente questo non è avvenuto e ora anche la Russia rischia di restare impantanata. Non pare esserci una precisa volontà politica da parte russa per impiegare nuovi contingenti e spendere risorse per concludere con una vittoria militare il conflitto che evidentemente sta logorando entrambe le parti. Considerato però l’appoggio statunitense ed europeo all’Ucraina e l’apertura di altri focolai di crisi, la Russia rischia di non ottenere la vittoria strategica che ha perseguito per ora inutilmente anche a causa di una condotta di guerra che evidentemente non ha dato, per volontà o altro, i risultati sperati.
Per altro nei giorni scorsi le Guardie della Rivoluzione iraniane hanno sferrato un potente attacco contro un deposito di armi anti-drone di produzione ucraina negli Emirati Arabi Uniti mentre Zelensky si trovava in Medio Oriente per negoziare una maggior cooperazione militare con i paesi del Golfo, come rivelato su Telegram da fonti indipendenti ucraine che lamentano la sottrazione di sistemi di difesa e risorse alla causa nazionale. Da un comunicato ufficiale del governo di Kiev risulta che anche una struttura a Dubai, dove sono presenti tecnici ucraini, è stata attaccata. Per altro a causa degli stretti rapporti tra Ucraina e Israele la Commissione per la sicurezza nazionale del Parlamento iraniano lo scorso 14 marzo 2026 ha già dichiarato il territorio ucraino obiettivo legittimo. Le questioni sono collegate, è del tutto evidente che questa nuova guerra multipolare oltre che combattersi su diversi piani (nei media, sul campo, nell’economia) si combatte su diversi teatri e da diversi attori. Appare davvero come un tragico e caotico gioco di Risiko. La buona notizia di stamattina è che qualche giorno fa il nostro ministro Crosetto avrebbe negato agli Stati Uniti di usare la base di Sigonella per gli attacchi contro l’Iran. Vedremo dove si andrà a parare.
Lo scorso fine settimana è successo di tutto. Molto probabilmente gli Stati Uniti si preparano a un attacco di terra in Iran per stabilire una testa di ponte sull’isola di Kharg che aprirebbe la strada alla possibilità di una invasione vera e propria. Una mossa che facilmente potrebbe rivelarsi catastrofica al di là degli esiti puramente militari. Le guardie della rivoluzione iraniane hanno proclamato di aspettare lo sbarco dei marines. Tuttavia si segnala una crescente insofferenza tra le fila dell’esercito statunitense, le associazioni dei veterani riferiscono di un aumento significativo delle domande per lasciare il servizio a causa di una guerra definita illegale e inutile soprattutto per gli attacchi indiscriminati contro i civili che hanno causato tragedie come la strage delle bambine nella scuola di Minab.
Intanto continuano incessanti i raid dell’aviazione israeliana in Libano, le truppe con la stella di David sono entrate anche via terra nel sud del paese e avanzano contrastate dalle milizie di Hezbollah che non sono certo rimaste a guardare. A quanto riferito da alcune fonti un gruppo di combattenti libanesi è entrato a Kiryat Shmona, una cittadina israeliana a ridosso del confine libanese, issando le bandiere gialle di Hezbollah su una collina. Di questo non vi è conferma anzi direi che potrebbe essere una falsa notizia, tuttavia è certo che la cittadina è stata bersagliata più volte dai razzi delle milizie alleate dell’Iran che hanno provocato diversi danni.
Gravissimo il caso dei tre giornalisti libanesi uccisi da un missile che ha centrato in pieno la loro automobile: si tratta di Fatima Ftouni e Mohammed Ftouni, dell’emittente televisiva Al-Mayadeen, e Ali Shuaib, dell’emittente Al-Manar. Parrebbe non essere una novità considerato il numero enorme di giornalisti che sono caduti facendo il loro dovere di cronisti in Libano, a Gaza, in Cisgiordania, ovunque vi sia un teatro di guerra. Ma in questo caso per la prima volta l’assassinio di questi giornalisti è stato rivendicato da Israele che li ha bollati come fiancheggiatori dei terroristi. Altro atto inaudito da parte israeliana impedire al cardinale Pizzaballa l’accesso alla messa della domenica delle Palme a Gerusalemme. Uno sgarbo a tutti i cristiani, in particolare del Medio Oriente visto che non sono rari tra i palestinesi.
Padre Gabriel Romanelli da Gaza traccia un panorama che definire desolante è poco. Dopo la pioggia di missili è arrivata anche la vera alluvione e le persone sono tornate a vivere nelle rovine delle loro case senza elettricità da ormai due anni. Gli aiuti della comunità internazionale vengono in gran parte sequestrati dalle autorità israeliane e non riescono a soddisfare il grande bisogno che c’è soprattutto per quello che riguarda la normale sussistenza. Come in ogni realtà investita dalla guerra è nata la borsa nera, il denaro scarseggia e sono poche le persone che possono accedere al cibo. Ma nonostante tutto la vita vuole farcela a Gaza e va avanti anche in un cumulo di macerie.
Secondo quanto riportato dall’emittente israeliana Channel 13 il capo di Stato Maggiore delle IdF, Eyal Zamir, avrebbe rilevato la possibilità che l’esercito non riesca a far fronte alla carenza di personale dovuta ai troppi impegni operativi assunti su diversi fronti. Illustrando al governo la situazione critica Zamir ha posto l’accento sull’approvazione di una nuova legge riguardante la coscrizione obbligatoria che preveda una ferma più lunga oltre che la necessità di riformare il servizio dei riservisti. Anche lo Yemen è ormai entrato pienamente nel conflitto: le milizie degli Houthi alleate dell’Iran, hanno iniziato le operazioni con salve di missili balistici verso obiettivi militari israeliani nel sud della Palestina occupata; non si segnalano feriti o vittime. Il portavoce militare Saree ha dichiarato che le forze yemenite sono pronte a un intervento militare diretto qualora Israele e Stati Uniti dovessero innalzare il livello del conflitto avvertendoli inoltre di non intraprendere iniziative militari nel Mar Rosso.
Gli Stati Uniti hanno venduto come vittorie tutte le disfatte a cui sono andati incontro dopo il 1945. Tuttavia è vero che i paesi che hanno dovuto affrontare il conflitto con gli Usa ne sono usciti devastati dal punto di vista materiale ed economico. In molti casi gli eserciti nazionali di quegli stati non sono stati in grado di contrastare gli attacchi statunitensi. A fronte di ciò le truppe Usa spesso hanno dovuto affrontare la guerriglia da parte di volontari poco addestrati e meno equipaggiati che comunque sono riusciti in molti casi a tenere testa ai marines e in alcuni eclatanti casi (per es. in Vietnam ma anche in Afghanistan) li hanno costretti a tornarsene a casa, molte volte dentro una sacca di plastica nera.
Stavolta però è diverso, gli Stati Uniti e Israele si sono trovati davanti una entità statale che non è caduta ma al contrario appare determinata e a difendersi e a contrattaccare in quanto la sua stessa esistenza viene minacciata. C’è da notare che oggi l’Iran è un paese giovane e di ingegneri, per questo è riuscito a realizzare armamenti in quantità e a un costo relativamente limitato in grado di danneggiare e mettere in crisi i sistemi difensivi più sofisticati ed estremamente più costosi di Stati Uniti e Israele. La vittoria è frutto di calcoli, puoi prevederla ma non determinarla, questo prescrive l’arte della guerra. In questo momento l’Iran ha l’esclusiva della escalation. Non solo riesce a contrastare gli attaccanti ma risponde militarmente in maniera incisiva colpo su colpo promettendo una risposta credibile di eguale intensità e questo conferisce un vantaggio. Relativamente al sostegno all’Iran da parte della Russia, in una recente intervista il ministro degli Esteri russo Lavrov ha messo in chiaro che con la Repubblica Islamica dell’Iran esiste una partnership strategica che non è la stessa cosa di una alleanza. Ne consegue che il sostegno in termini di intelligence fornito dai servizi segreti russi arriva fino a un certo punto.
Questo conferma che stiamo trattando di un conflitto globale le cui radici vanno cercate in più di 30 anni fa. Questa guerra mondiale a pezzi o come è stata ancor meglio definita guerra multipolare sta cambiando totalmente gli equilibri del mondo. Non solo dal punto di vista militare ma ovviamente anche da quello economico. Abbiamo già notato come l’obiettivo degli Stati Uniti in tutto il mondo è controllare gli stretti commerciali. I più importanti non sono nemmeno una decina probabilmente, e in questi rientra anche lo stretto di Taiwan. Agli Stati Uniti dell’indipendenza di Taiwan (che nell’isola è sostenuta da una esigua minoranza pagata a suon di dollari) non importa niente, l’unico cruccio per loro è il controllo dei traffici commerciali nello stretto. Gli Usa sono una nazione pirata che attua questa politica aggressiva come unico modo per non affondare con tutta la nave.
Per quello che riguarda la questione ucraina da segnalare che nel momento in cui alcuni rappresentanti della Duma, il parlamento russo, si trovavano in visita diplomatica negli Usa, uno dei porti vicino San Pietroburgo è stato attaccato per la terza volta nel giro di una settimana, evidentemente per sabotare i colloqui, da parte di chi non è dato sapere considerati tutti gli attori coinvolti nel conflitto. Nel Donbass le cose per la Russia non vanno per il meglio, l’offensiva pare esaurirsi, anche questa è diventata una guerra di attrito. Si può supporre che anche il presidente russo Putin puntasse a un veloce cambio di regime in Ucraina a giudicare dalle forze messe in campo all’inizio dell’Operazione Militare Speciale (non meravigliamoci dal linguaggio che non è tanto diverso dalle operazioni di polizia internazionale intraprese dall’Occidente) ma chiaramente questo non è avvenuto e ora anche la Russia rischia di restare impantanata. Non pare esserci una precisa volontà politica da parte russa per impiegare nuovi contingenti e spendere risorse per concludere con una vittoria militare il conflitto che evidentemente sta logorando entrambe le parti. Considerato però l’appoggio statunitense ed europeo all’Ucraina e l’apertura di altri focolai di crisi, la Russia rischia di non ottenere la vittoria strategica che ha perseguito per ora inutilmente anche a causa di una condotta di guerra che evidentemente non ha dato, per volontà o altro, i risultati sperati.
Per altro nei giorni scorsi le Guardie della Rivoluzione iraniane hanno sferrato un potente attacco contro un deposito di armi anti-drone di produzione ucraina negli Emirati Arabi Uniti mentre Zelensky si trovava in Medio Oriente per negoziare una maggior cooperazione militare con i paesi del Golfo, come rivelato su Telegram da fonti indipendenti ucraine che lamentano la sottrazione di sistemi di difesa e risorse alla causa nazionale. Da un comunicato ufficiale del governo di Kiev risulta che anche una struttura a Dubai, dove sono presenti tecnici ucraini, è stata attaccata. Per altro a causa degli stretti rapporti tra Ucraina e Israele la Commissione per la sicurezza nazionale del Parlamento iraniano lo scorso 14 marzo 2026 ha già dichiarato il territorio ucraino obiettivo legittimo. Le questioni sono collegate, è del tutto evidente che questa nuova guerra multipolare oltre che combattersi su diversi piani (nei media, sul campo, nell’economia) si combatte su diversi teatri e da diversi attori. Appare davvero come un tragico e caotico gioco di Risiko. La buona notizia di stamattina è che qualche giorno fa il nostro ministro Crosetto avrebbe negato agli Stati Uniti di usare la base di Sigonella per gli attacchi contro l’Iran. Vedremo dove si andrà a parare.
