Tornano le minacce di Trump all’Iran, nonostante i gravissimi problemi interni che deve affrontare
Abbiamo già notato e visto ancora meglio dalla cronaca delle ultime settimane che gli Stati Uniti stanno inevitabilmente affrontando una gravissima crisi interna, come forse non si era mai visto sul suolo nordamericano, almeno a mia memoria. E tuttavia l’amministrazione Trump non perde occasione per spingere la residua punta di lancia conficcata in Medio Oriente, ovviamente anche con il volenteroso contributo del braccio armato di Israele, soprattutto nei confronti degli ormai storici avversari dell’Iran e di chiunque minacci o possa essere di intralcio agli interessi statunitensi nella regione. La caduta di Teheran, evento più fantasioso che probabile, lascerebbe aperto il fronte sud della Federazione Russa, che nella Repubblica Islamica ha un partner affidabile, mettendo di conseguenza in difficoltà il nemico prossimo futuro (in realtà già presente) che l’America si è scelto ovvero la Repubblica Popolare della Cina, anch’essa legata a Russia ed Iran da accordi economici, politici e militari. Nei giorni scorsi Trump ha vaneggiato di una “enorme armata” in rotta verso il golfo Persico e la risposta degli ayatollah non si è fatta attendere: la missione iraniana all’ONU proprio nella giornata di oggi 28 gennaio 2026 ha fatto sapere che l’Iran reagirà “come mai prima ora” nella eventualità di un attacco da parte degli USA. Al di là delle strombazzate della propaganda la situazione potrebbe farsi più incandescente di quello che è già adesso considerata anche l’indebita ingerenza (a mio parere, che è anche quello della maggioranza degli iraniani) da parte di stati esteri e potenze straniere negli affari interni dell’Iran.
Donald Trump intanto con il suo classico stile da gangster (la storia americana non mente) agita bastone e carota dichiarando da una parte che il prossimo attacco nei confronti della Repubblica Islamica sarà molto peggio dei precedenti, dall’altra di sperare in un rapido ritorno dei funzionari iraniani al tavolo delle trattative per chiudere un accordo giusto che soddisfi entrambe le parti in quanto “il tempo stringe”. Segnali di apertura verso l’ipotesi negoziale provengono per altro anche dalla missione iraniana all’ONU che su X ha fatto sapere che, tra le altre cose, il paese “è pronto al dialogo basato sul rispetto e sugli interessi reciproci”. E mentre l’Europa dibatte se bollare i pasdaran, la guardia rivoluzionaria della Repubblica Islamica dell’Iran, come organizzazione terroristica (un atto che risulterebbe controproducente ai fini del dialogo oltre che essere una completa assurdità) l’Iran ha intensificato i contatti diplomatici ad alto livello con i paesi vicini in qualche modo coinvolti in questa crisi regionale, in particolare Qatar, Arabia Saudita ed Egitto. Come riportato dall’agenzia di stampa iraniana Mehr le discussioni, avvenute tramite contatti telefonici tra diversi ministri, hanno riguardato la pericolosità di una escalation militare le cui conseguenze andrebbero a minare ulteriormente la stabilità e la fragile pace nell’area che, per essere raggiunta e mantenuta, necessita degli sforzi congiunti di tutti gli attori regionali.
