Scienza e società

Tilly, la star che non esiste creata dall’intelligenza artificiale e che tutti volevano ingaggiare

Parliamo di Tilly Norwood. Tilly Norwood è una aspirante attrice con migliaia di followers su Istagram. È acqua e sapone, un dolce sorriso, gusto nel vestire senza essere volgare. Ha un leggero accento britannico e un’ottima pronuncia. Chiunque le vorrebbe bene. Tilly Norwood potrebbe essere il prossimo volto sulla prossima commedia estiva. Chi non farebbe il tifo per lei? Eccetto che Tilly Norwood non esiste. Non è altro che un prodotto dell’intelligenza artificiale, un progetto artistico presentato allo Zurich film festival da Eline Van der Velden per mostrare le potenzialità di questa nuova, pericolosa tecnologia. La piccola Tilly ha creato un putiferio, Sag-Aftra il sindacato attori e sceneggiatori ha estratto di nuovo le armi minacciando nuovi scioperi qualora l’intelligenza artificiale venisse utilizzata per soppiantare attori e sceneggiatori in carne ed ossa. Pubblico e critici sono inorriditi. Lo scenario è dei più cupi. Attori generati dall’intelligenza artificiale non possono scontentare gli sponsor, non possono pretendere cashet milionari, non si ammalano, non muoiono, non invecchiano, non fanno dichiarazioni scomode a meno che non siano i produttori stessi a volerlo. In parole povere un attore AI non può far fallire un progetto cinematografico. Se ragioniamo in termini strettamente aziendali nessuno darebbe torto alle majors. Un esempio lampante è stato il fiasco dell’isola del dottor Moreau, diretto da Richard Stanley che a causa del temperamento di attori come Kilmer e Brando fu allontanato da un progetto da lui fortemente. Il film venne poi ripreso e concluso da un poco ispirato Frankenheimer per poi floppare clamorosamente. Di esempi ce ne potrebbero essere migliaia. E quasi potremmo dire che da spettatori, in maniera prettamente egoistica, potremmo dare ragione alle case di produzione. Eccetto che non possiamo non dimenticare che l’AI non rielabora, non di certo come sa fare un essere umano. I guizzi che trasformano una mera storia in arte immortale non possono essere fatti da un aggregatore di informazioni che le rielabora secondo binari impostati dal dottor Frankenstein che ne ha creato il codice sorgente. L’AI non entrerà mai in scena di tre quarti per poi voltarsi e guardare in camera per fissare dritto verso lo spettatore come Klaus Kinski in Aguirre. Le case di produzione questo lo sanno, ne sono coscienti. Non esiste regista o sceneggiatore che affiderebbe la sua fatica a un essere bello e spento. Lo hanno imparato sulla loro pelle diversi furbastri che hanno ritoccato le loro sceneggiature e la loro fotografia con questa nuova traballante tecnologia.

Lo spettatore non vorrà mai pagare 12 euro per vedere coscientemente il prodotto di un algoritmo. Siamo ancora lontani. Perfino “Nothing, Forever”, uno show online creato con l’AI da Mismatch Media, trasmesso in live streaming, che mette in scena la storica sitcom Seinfeld all’infinito generando sempre nuove trame (pessime trame) ad un certo punto è entrato in loop più e più volte costringendo gli autori ad intervenire. Il futuro dei nostri attori e sceneggiatori non è in pericolo. Tanto per fare un esempio, senza citare il valido S1m0n3 con Al Pacino, a sostegno della mia tesi voglio presentarvi Hatsune Miku. Miku è una cantante, pop star di successo (ed i suoi pezzi sono molto orecchiabili), promoter di vari brand Giapponesi, macchina sforna soldi e protagonista di decine di videogames e altri media. Riempie gli stadi, la fantastica Hatsune Miku, nessun fan è deluso da lei e ogni suo pezzo è una bomba, ma Miku altro non è che una Idol virtuale, dietro la quale c’è un esperto team di compositori, consulenti di immagine, di marketing e grafici. Lanciata nel 2007 dalla crypton future media , Hatsune Miku ha superato i confini del Giappone ed ha fan in tutto il mondo, alcuni pericolosamente ossessionati.

Ha soppiantato pop stars e Idol? No. È scomparsa un anno dopo come una moda passeggera ? No. Miku ha creato un genere diverso che ha trovato il suo pubblico senza rubare la scena a nessuno tantomeno Miku non ha causato l’armageddon nucleare. Quelle sono cose che spettano agli umani, ed al massimo a Skynet.

In poche parole non dovremmo preoccuparci della disumanizzazione della settima arte causa Tilly Norwood. Tilly Norwood puó sparire o trovare la sua nicchia ma andrà a soppiantare i nostri bravissimi attori solo quando la qualità recitativa sará così bassa che il pubblico stesso volterà le spalle al cinema vero per rifugiarsi nel virtuale. Si sfugge dalla realtà quando la realtà è troppo orribile.

Che Tilly Norwood venga fatta recitare così da mostrare al pubblico la differenza fra lei ed un vero attore. Così da dimostrare come quella cosa che si chiama anima non potrà mai essere riprodotta con la tecnologia. Siamo ancora lontani. Perfino “Nothing, Forever”, uno show online creato con l’AI da Mismatch Media, trasmesso in live streaming, che mette in scena la storica sitcom Seinfeld all’infinito generando sempre nuove trame (pessime trame) ad un certo punto è entrato in loop più e più volte costringendo gli autori ad intervenire.
Il futuro dei nostri attori e sceneggiatori non è in pericolo.
Tanto per fare un esempio, senza citare il valido S1m0n3 con Al Pacino, a sostegno della mia tesi voglio presentarvi Hatsune Miku.

Miku è una cantante, pop star di successo (ed i suoi pezzi sono molto orecchiabili), promoter di vari brand Giapponesi, macchina sforna soldi e protagonista di decine di videogames e altri media. Riempie gli stadi, la fantastica Hatsune Miku, nessun fan è deluso da lei e ogni suo pezzo è una bomba, ma Miku altro non è che una Idol virtuale, dietro la quale c’è un esperto team di compositori, consulenti di immagine, di marketing e grafici.