Linea Oriente

Senza il continuo rifornimento di materiale bellico dagli Stati Uniti lo stato ebraico risulta vulnerabile

È iniziata l’offensiva di terra israeliana a Gaza: intorno alle 22 e 30 di lunedì 15 settembre carri armati dell’Idf sono penetrati in città e nella striscia. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha intimato ad Hamas il rilascio dei prigionieri. Secondo fonti palestinesi sono state usate bombe robot dall’esercito israeliano; la conferma di un attacco estremamente significativo con l’uso di blindati carichi di esplosivo e comandati a distanza arriva anche da fonti israeliane. Forte preoccupazione da parte delle famiglie degli ostaggi che nella notte hanno marciato verso l’abitazione del primo ministro Netanyahu. Nella mattinata seguente il segretario di stato USA Marco Rubio ha dichiarato che il Qatar può essere l’unico mediatore della crisi. Il ministro della difesa israeliano Katz ha invocato la sconfitta totale di Hamas e affermato che la città è in fiamme. I media riferiscono di diverse decine di vittime, cifre che sono destinate ad aumentare. La Commissione di Inchiesta dell’ONU si è espressa dicendo che a Gaza si sta perpetrando un genocidio mentre le operazioni militari andavano intensificandosi. Israele ha stigmatizzato le parole dei commissari ONU definendoli antisemiti; a Madrid è stata convocata l’ambasciatrice israeliana in segno di protesta. Padre Romanelli, parroco a Gaza dal 2019, ha detto di voler rimanere nonostante la situazione sia al limite. Secondo fonti militari israeliane la mattina di martedì 16 settembre quasi metà del territorio di Gaza è passato sotto il proprio controllo. Da Berlino hanno fatto sapere di ritenere l’operazione completamente sbagliata e i commissari UE hanno annunciato l’intenzione di varare misure nei confronti dello stato ebraico.

Ecco quella che senza mezzi termini si può definire soluzione finale per Gaza, come i nazisti chiamavano lo sterminio degli ebrei per “purificare il sangue tedesco dai germi patogeni”. L’identico delirio che dal sionismo conduce verso l’Armageddon. Le manifestazioni degli ebrei ortodossi, favorevoli alla Palestina, vengono brutalmente disperse dalla polizia sionista. Dagli Stati Uniti il segretario di stato Marco Rubio – un personaggio non proprio raccomandabile – incita a procedere fino alla sconfitta finale di Hamas, il partito messo con le spalle al muro dopo il vile attacco israeliano, attuato in spregio di ogni convenzione internazionale, nei confronti della propria delegazione in missione diplomatica in Qatar. Che deve aver chiuso un occhio visto che esiste il tracciato di jet britannici e olandesi alzatisi in volo da una base situata nel paese per fornire supporto all’attacco e rientrare subito dopo. Pensare ora, come pensano gli statunitensi, che il Qatar possa fare da mediatore in questa crisi non sta né in cielo né in terra. Il problema degli americani è che non hanno una reale e concreta concezione della diplomazia, né percezione di come funziona nel resto del mondo. Arrivano con la classica valigetta piena di dollari e pretendono di comprare tutto. Una vera e propria forma di corruzione su vasta scala attuata con lo stesso modus operandi delle organizzazioni criminali. E quando il personaggio corrotto non serve più ai loro interessi gli danno il bacio della morte come nella mafia. Così il “grande cugino” a stelle e strisce sta dietro Israele, che lo manda a chiamare quando rischia di prenderle da qualcuno: senza il continuo rifornimento di materiale bellico dagli Stati Uniti lo stato ebraico risulta vulnerabile. Certo possiede armi nucleari mai dichiarate sufficienti per provocare sconvolgimenti di dimensioni bibliche se venissero usate nella regione e uno dei servizi segreti più efficienti del mondo in grado di raggiungere i massimi obiettivi prefissi con estrema freddezza e precisione. Ma è un paese probabilmente prossimo al collasso come hanno notato autorevoli analisti di questioni geopolitiche. Secondo le stime negli ultimi anni sono espatriate mezzo milione di persone e la società è completamente spaccata tra chi si accontenta di segregare gli arabi e chi vorrebbe eliminare tutti i non ebrei dal paese. Potrebbe essere l’ultimo, tremendo colpo di coda della belva ferita e morente che, a giudicare dalle esternazioni di alti esponenti del governo Netanyahu, minaccia di coinvolgerci nella sua caduta più di quanto lo siamo già oggi.