Protestanti uccisi in strada, ma spetta ai cittadini iraniani e solo a loro decidere le sorti future del paese
Il mondo è andato in fibrillazione per la questione iraniana, mi riferisco principalmente all’opinione pubblica occidentale che probabilmente si rende poco conto della situazione e di come stanno o potrebbero stare le cose. Uso il condizionale in quanto, con tutta la buona volontà è chiaro che non essendo sul posto, e dovendo trarre informazioni a riguardo come chiunque altro, ho necessità di valutare ciò che riesco ad apprendere. Questo a prescindere dalla mia idea personale che in ogni caso non mancherò di esprimere. Quello che accade in Iran per me è l’ennesimo tentativo di “rivoluzione colorata” attuato soffiando sul fuoco di proteste legittime, così come assistiamo da almeno 30 anni ovunque siano messi in discussione gli interessi americani e quest’ultimo è un dato di fatto. Il mio parere, già accennato in un precedente scritto, è che nelle manifestazioni, scaturite dal malcontento per motivi concreti e comprensibili, vi siano infiltrati gruppi radicali (si parla di scontri a fuoco tra gente armata di Ak47 e la polizia) interessati a far cadere il governo iraniano e probabilmente pagati, almeno alcuni, da agenti stranieri, considerate le minacce di intervento degli USA e la posizione di Israele: a quanto pare il Mossad, oltre aver espresso appoggio alle proteste, avrebbe ammesso la presenza sul terreno di propri affiliati e onestamente non ci vuole molto a capirlo. Come in ogni paese che si rispetti in Iran è garantita la libertà di manifestare entro i limiti stabiliti dalla legge dello stato.
E l’Iran non solo è un paese rispettabile ma anche una potenza regionale; c’è poco da scherzare, teniamo presente che è grande almeno quanto Spagna, Italia, Francia e Germania messe assieme e conta quasi 100 milioni di abitanti. È altresì chiaro che, in qualsiasi contesto, quando si fa avanti la polizia antisommossa gli abusi e anche qualcosa in più sono sempre dietro l’angolo. Resta da stabilire come, dove, quando e perché è stata usata la mano pesante in Iran e per reprimere chi: le classi sociali che soffrono la crisi economica (per altro provocata in parte anche dalle sanzioni occidentali) o bande armate al soldo di potenze straniere intenzionate a far cadere le istituzioni con la violenza? Non scrivo regime: per quanto la Repubblica Islamica dell’Iran non sia priva di accenni fortemente autoritari trovo scorretto usare il termine regime, o dovremmo adottarlo anche per l’America di Donald Trump? Chiedo per un amico visto che da Washington piovono minacce mentre si valutano le prossime mosse che potrebbero essere nuove sanzioni e attacchi telematici alle infrastrutture iraniane: sul tavolo anche l’opzione militare. Il presidente del parlamento iraniano ha dichiarato che “qualsiasi attacco statunitense porterà l’Iran a reagire contro Israele e le basi militari americane nella regione, che saranno obiettivi legittimi” mentre l’IDF ha fatto sapere di essere “pronto a rispondere se necessario”. In queste ore si parla di centinaia di vittime nelle manifestazioni, addirittura 2000 secondo la fondazione della premio Nobel Mohammadi che riferisce anche di feriti e arresti nell’ordine di decine di migliaia: cifre difficilmente verificabili per cui andrei molto cauto. È certo però che la capitale Teheran è rimasta senza elettricità e senza internet e nei pochi video circolati in rete si vedono incendi, sparatorie e imponenti folle mentre nella notte di sabato gravi disordini sono scoppiati in un centinaio di città dove sono state erette barricate.
Quasi a smentire precedenti dichiarazioni che parlavano di situazione normalizzata secondo i vertici della polizia “il livello di scontro con i rivoltosi è aumentato” e si profilano “arresti importanti”. Tre giorni di lutto nazionale sono stati proclamati per commemorare le vittime tra le forze di sicurezza di quella che il governo definisce “battaglia di resistenza nazionale”. Lo stesso presidente Masoud Pezeshkian, che all’inizio delle proteste si era mostrato dialogante, ha parlato di “terroristi legati a potenze straniere”, mentre il procuratore generale ha evocato la pena capitale anche per i fiancheggiatori. Dagli Stati Uniti il figlio dello scià Reza Pahlavi, invocato da una parte dei manifestanti, ha incitato a continuare le proteste ed espresso l’intenzione di tornare “appena possibile” in Iran. Lo scopo dichiarato: guidare il paese verso una transizione politica di stampo occidentale (che per la rivoluzione islamica sarebbe praticamente la restaurazione). Consideriamo che questo scenario andrebbe benissimo a Israele che attualmente si trova al grado di massima allerta. Netanyahu esprimendo sostegno ai manifestanti ha anche paventato un ritorno alla partnership con l’Iran qualora questa ipotesi politica dovesse prendere forma. Resta il fatto incontrovertibile che spetta ai cittadini iraniani e solo a loro decidere le sorti del paese.
