Lucca, il triangolo delle baby gang e il problema insicurezza: dal disagio tra i banchi di scuola alle violenze in strada
A Lucca c’è una parola che molti evitano di pronunciare: insicurezza. Non perché non esista, ma perché ammetterla significa riconoscere che qualcosa, negli ultimi anni, si è incrinato. Episodi che una volta sarebbero stati considerati eccezioni oggi iniziano a fare rumore, a ripetersi, a lasciare il segno nei quartieri e nella percezione quotidiana di chi la città la vive davvero. Le forze dell’ordine non parlano di bande organizzate con piani criminali strutturati, ma di gruppi di minorenni, per lo più tra i 14 e i 18 anni, che si muovono insieme, con dinamiche di branco e con un leader riconosciuto, spesso poco più grande. Gruppi piccoli, numericamente limitati, ma capaci di creare episodi di tensione, intimidazione e violenza gratuita. Non si tratta di rapine organizzate o colpi studiati, bensì di un’escalation che parte da prepotenze, richieste di denaro, piccoli furti, vandalismi, fino ad arrivare – in alcuni casi – all’uso di armi da taglio. Coltelli tenuti più per minacciare che per colpire, ma che restano un segnale gravissimo di un confine già superato.
Negli ultimi mesi diversi episodi hanno acceso i riflettori sul fenomeno: aggressioni a persone anziane, studenti presi di mira per uno sguardo o una parola di troppo, situazioni che hanno spinto le pattuglie a un controllo più attento e costante. Non per creare allarme, ma per capire dove si sta andando. Tre sono le aree cittadine maggiormente monitorate, una sorta di triangolo: San Vito, Sant’Anna e San Concordio. In questi contesti si concentrano i gruppi attenzionati, formati in larga parte da ragazzi italiani di seconda generazione, spesso cresciuti in contesti familiari difficili, con problemi di integrazione sociale e scolastica. Il disagio, prima ancora che in strada, emerge tra i banchi di scuola, per poi trasferirsi all’esterno, dove il gruppo diventa protezione e strumento di affermazione.
Il meccanismo è sempre lo stesso: agire insieme per sentirsi forti, per dominare il più debole, per costruire una leadership che passa dalla paura degli altri. Ed è proprio questo il punto che non può essere ignorato: non è criminalità organizzata, ma un disagio che, se lasciato crescere, diventa violenza. L’esperienza di altre realtà dimostra che intervenire presto funziona. Dove si è agito con decisione, controlli mirati e presenza costante, il fenomeno si è ridimensionato. Dove invece si è minimizzato, il rischio è che episodi isolati diventino abitudine. Ed è qui che Lucca deve smettere di raccontarsi come “isola felice”. Perché l’isola felice non ha ragazzini armati. Non ha genitori che hanno paura di far rientrare i figli la sera. Non ha studenti che cambiano strada per evitare certi gruppi. Il confronto con altre città dimostra una cosa semplice: dove si interviene presto, il fenomeno si riduce. Dove si aspetta, dove si nega, dove si ha paura di dire le cose come stanno, il disagio cresce e si incattivisce. Il punto non è criminalizzare un’intera generazione. Il punto è proteggere chi oggi subisce e interrompere una spirale che domani rischia di essere fuori controllo. Perché a Lucca il problema sicurezza non è alle porte. È già entrato. E far finta di non vederlo è la scelta più pericolosa di tutte.
M. S. M.
