Linea Oriente

La speranza, l’ultima a morire, quella dei palestinesi è di poter prendere il futuro nelle proprie mani e esistere

Cosa rimane di Gaza oggi? Desolazione, morte, speranza per una delle città più antiche del mondo che è stata la culla di diverse culture che lì si sono miscelate, tanto più che i palestinesi di oggi sono i diretti discendenti di quelle genti, comprese stirpi di origine ebraica delle quali gli israeliani invece non hanno che una pallida traccia nel DNA. La speranza, l’ultima a morire, quella dei palestinesi di prendere il futuro nelle proprie mani. Le trattative dirette con gli Stati Uniti nei giorni scorsi hanno segnato una svolta ma la strada è solo al principio: il rilascio degli ostaggi ancora vivi da parte di Hamas e dei prigionieri politici da parte di Israele è l’unico risultato parzialmente tangibile. L’IdF ha lanciato gas lacrimogeni e proiettili irritanti verso la piccola folla che attendeva i prigionieri fuori dal carcere; c’è inoltre un nodo politico da sciogliere in quanto Israele non intende rilasciare Marwan Barghouti, personaggio di spicco detenuto da oltre venti anni, che è un simbolo vivente per i palestinesi. Di stampo laico e socialista, considerata la sua militanza in al Fatah, Barghouti potrebbe diventare un leader assai importante per la causa nazionale palestinese visto che sarebbe accettato anche da Hamas per la sua statura politica; ma questo infastidisce qualcuno, sia in Israele che nell’ANP che governa la Cisgiordania il cui consenso è già ai minimi storici. Quali prospettive per Gaza allora? Diventare un resort per ricchi magnati in vacanza a cui bisognerà pure fare i camerieri o i palestinesi sapranno e potranno finalmente aspirare alla loro indipendenza? C’è poco da scherzare con i giocatori di questo sporco gioco al massacro, sono bari con l’asso in una manica e la pistola nell’altra. Gangster che si spartiscono il territorio senza preoccuparsi di farlo in segreto, è tutto pubblico, spudoratamente alla faccia dei diretti interessati. E a questo proposito vorrei fare una riflessione sulle manifestazioni pro Palestina che continuano incessanti a svolgersi. A volte una minoranza di manifestanti ha assunto carattere violento, è vero, ma non più violento di uno sterminio indiscriminato di un popolo comprese donne, vecchi e bambini. Tuttavia sono milioni di persone ad aver detto di no. Voci false e tendenziose (per la maggior parte provenienti da account fake) insinuano nelle discussioni in rete: non hanno manifestato per i propri diritti e lo fanno per la Palestina. Certo, o davvero pensiamo che un genocidio sia meno importante? Le manifestazioni qualcosa hanno mosso e non solo nelle coscienze, il tricolore ha sventolato a Gaza insieme alla bandiera palestinese. Per noi, non per Tajani che se lo voleva pure intestare a nome del governo. Oggi ho visto la bandiera palestinese esposta fuori da un asilo. I bambini devono sapere che i loro coetanei muoiono dilaniati. Devono sapere che non muoiono per un bombardamento “fortuito” come “danni collaterali” in un conflitto classico dove si fronteggiano due stati e due eserciti ma a causa di una ideologia criminale proprio come nel buio passato dell’Europa. I bambini devono sapere che essi stessi sono bersagli in un contesto come quello di Gaza che non si può definire guerra ma semplicemente abominio. Nella realtà dei fatti il cessate il fuoco è solo sulla carta, continuano incessanti le violazioni da parte dell’IdF, gli aiuti unanitari restano bloccati al confine. Saleh Aljafarawi il giornalista palestinese che aveva diffuso la notizia della tregua a Gaza è stato assassinato da bande armate pagate da Israele che, esattamente come le SS, passano dopo l’esercito a rastrellare, saccheggiare e fare terra bruciata. La stessa terra bruciata che Israele si sta facendo intorno.