“Il mostro” di Firenze, la serie tv di Sollima ci ricorda che tutte le strade portano al buio, nessuna verità, per ora
Non c’è oscurità più profonda e buia di quella che avvolge le campagne di Firenze. Firenze, cantata dai massimi poeti e scrittori italiani, che ha ispirato registi e sceneggiatori stranieri con il suo fascino senza tempo.
Firenze, culla della cultura italiana, teatro di intrighi politici e tavolozza di arte senza tempo. Firenze brilla di luce propria, un vero museo a cielo aperto. Eppure, fuori dalle mura cittadine, c’è solo oscurità. Un buio palpabile, viscoso, che odora di sudore, liquido seminale e di ferro, quel gusto ferroso che il nostro più primordiale istinto associa al sangue e ci manda in allarme. In mezzo a quel mare di oscurità, densa come petrolio c’è una luce. I fari di un’auto. Dentro l’auto una coppia di giovani. La radio suona, coprendo i gemiti di un amore fisico e spensierato. Poi l’oscurità arriva. Esplodono i finestrini dell’auto, il piombo trapassa e squarcia le carni. L’oscurità arriva, il sangue scorre, l’odore di ferro è nauseante. Sorge il sole, il delitto è illuminato, il mostro se n’è andato, ma l’oscurità permane.
Il Mostro, questo il titolo della nuova miniserie scritta e diretta da Stefano Sollima. Quattro episodi densi, dolorosi e spietati per raccontare una parte dell’indagine sul Mostro di Firenze. Quella oscurata dalle suggestioni e dai voli di fantasia. Il Mostro di Sollima sta ben lontano dal processo mediatico a Pietro Pacciani, dai i mitologici compagni di merende, da personaggi farseschi come il mago Salvatore Indovino, Giovanni Faggi, Lorenzo Nesi, Giancarlo Lotti o da indagini inquisitorie che hanno scomodato sette sataniche, massoneria, legionari e perfino il serial Killer Zodiac. No. Questa storia la conosciamo tutti, attraverso decine di documentari e speciali più o meno obiettivi, più o meno influenzati dalle convinzioni dell’epoca. Sollima non ci dà Pacciani, non ci dà Lotti e Vanni, se ne guarda bene. Parlare del mostro di Firenze, ma soprattutto narrare il mostro di Firenze significa farsi contaminare dall’oscurità, un’oscurità che acceca, disgusta e fa perdere una ragione, che provoca in noi primati evoluti il terrore e il bisogno di luce e di chiarezza, di chiusura.
La serie di Sollima invece questo bisogno ce lo nega, anzi ci pone di fronte, forse ad un unica verità che abbiamo in un oceano di versioni contrastanti, di punti di vista che si contraddicono tra loro, e rivediamo la stessa scena più e più volte, con protagonisti diversi, con dettagli diversi. Il mostro nell’ombra è Francesco Vinci, poi lo è Giovanni Mele e infine Salvatore Vinci. Lo sono tutti e tre nella verità che si sta analizzando in quell’istante ma non è nessuno di loro. Sollima gioca con la nostra percezione del reale utilizzando lo stesso abile sistema che mise in scena Akira Kurosawa in Rashomon. Perfino i rapporti umani cambiano di percezione negli occhi di chi racconta, come in Rashomon il brigante interpretato da Toshiro Mifune diventa prima lurido vigliacco e poi abile spadaccino, Salvatore Vinci diventa prima orco e poi complice di Stefano Mele nell’ abusare di Barbara Locci. Barbara Locci, perno centrale e vittima di quella squallida vicenda umana fatta di abusi, misoginia, consuetudini popolari è la vittima primaria del mostro di Firenze. Risolto chi ha sparato nel ‘68 si può trovare chi continua a sparare, a tagliare e mutilare negli anni successivi. Qualcosa è successo a Lastra a Signa il 21 Agosto e la chiarezza può essere fatta solo lì. E quindi Sollima ci riporta a quella sera, a Barbara Locci con Natalino e l’amante Antonio Lo Bianco. Alla proiezione di “Nuda per un pugno di eroi” di Yasuzou Masumura, a quell’auto in mezzo alle campagne fiorentine. Alla tramontana cantata da Barbara per far addormentare Natalino. A quei colpi di pistola e a quell’oscurità che si sarebbe diffusa di lì a poco.
Ma le versioni sono sempre differenti. Non è stato Stefano Mele, non è stato Francesco Vinci, non è stato Giovanni Mele e nemmeno Salvatore Vinci, figurarsi Enzo Spalletti. Ognuno potrebbe essere il mostro, ognuno rientra nel profilo tanto quanto o più di chi, a processo ci finì.
Sarà il mostro stesso a scagionare questi mostri di second’ordine. Mostri si, ma di altro tipo. Il Mostro, quello vero, non si ferma, cresce e sfoga la sua furia in modi sempre più orrendi. Il Mostro Sbrana le sue vittime mentre i possibili colpevoli sono dietro le sbarre. La polizia, sempre più disperata, sotto pressione le prova tutte, fino ad arrivare a credere a telefonate anonime, suggestioni, tutto pur di fare luce su questi delitti. Otto duplici delitti, dal 1968 al 1985, senza contare le morti collegate alle vicende del Mostro, senza contare la paranoia collettiva, i mitomani e i media. Sollima non va dove l’oscurità ormai ha vinto, rimane ancorato a fatti e versioni. Non pretende di fare luce ma come detto in precedenza vuole mostrarci un’unica verità: il Mostro ha sempre vinto. Ai mostri ci siamo arrivati negli anni, a causa di suggestioni, versioni contraddittorie date da una consuetudine e una forma mentis famigliare, quella della pastorizia sarda, che preferisce ammettere il delitto piuttosto che l’onore infangato. Basta una segnalazione per far diventare mostro chiunque, perfino, in un periodo più recente, lo stesso procuratore Vigna che diede la vita per il caso del mostro. Perfino lui si trovó sotto accusa. Il Mostro di Sollima non arriva con la messa in scena a questa fase dell’indagine, si chiude anzi sulla telefonata anonima che avviò le indagini su Pietro Pacciani. Ma attenzione, questo finale aperto non lascia presagire un seguito quando si collega alla storia che tutti conosciamo e quanto sia inaccurata nella sua narrazione.
Per fare un parallelo, nel 2009 Antonello Grimaldi ideó un’altra serie sul mostro di Firenze, piagata dalle allora suggestioni investigative dell’epoca incentrate sulla setta satanica e sui compagni di merende, la serie di Grimaldi, oltre ad avere un comparto tecnico recitativo pessimo che risalta ancora di più a fronte della cura messa nella serie di Sollima (praticamente perfetta), non riesce a creare una messa in scena minimamente credibile per lo spettatore nemmeno se la serie fosse vista come Fiction, tantomeno come una cronistoria della pagina più nera della storia italiana. Di esempi sulla narrazione del caso del Mostro ne potremmo fare a dozzine. Le puntate di “Un Giorno in Pretura” a Pacciani e ai compagni di merende sono diventate un cult e narrano la verità processuale fatta di comicità involontaria e degrado famigliare, poesie e naïf e vibratori, suicidi sospetti e badilate sulla schiena.
La narrazione di Un giorno in pretura porta una verità fattuale allo spettatore, omettendo per tempistiche le migliaia di ore di filmati integrali e registrazioni dove emerge la contraddittorietà e la caducità dell’impianto accusatorio nei confronti di Pacciani e compagnia. Esiste poi, a braccetto con Un Giorno in Pretura, e il libro di Michele Giuttari, un bellissimo speciale di Blu notte dove il sempre ottimo Lucarelli narra la vicenda fino ad impantanarsi proprio lì, ai mandanti, al farmacista calamandrei, al contraddittorio per cui le figure dei compagni di merende male si incastrano con il profilo seguito fino all’85. A corroborare la tesi anche 48 Small e la strana morte del dottor Narducci che collegano la morte di Francesco Narducci alla pista esoterica e ai compagni di merende vedendo Pacciani come un bieco faccendiere di un ordine più grande.
Pacciani era il mostro e se non lui chi? Mario Spezi giornalista de La Nazione di indubbia fama, che ha sempre sostenuto la tesi della pista sarda, quella di Salvatore Vinci, assieme al giallista Douglas Preston pubblica Dolci colline di Sangue. In contrapposizione abbiamo il romanzo del 1995 La Leggenda del Vampa, una narrazione profondamente colpevolista verso Pacciani che lo ritrae in maniera grottesca e diabolica. Pacciani era un mostro, era un uomo colpevole, ma non colpevole di essere Il Mostro. Thomas Harris, autore di best seller come il silenzio degli innocenti e Red Dragon, padre del serial killer letterario Hannibal Lecter, ha questa convinzione. Interessato fin da subito al mostro, Harris ha presenziato silenziosamente al processo Pacciani durante quasi tutte le sedute , le poche immagini che lo ritraggono sono proprio di quel periodo. Nella teoria di Harris, messa in luce sul suo romanzo Hannibal, Pacciani è stato un errore, nella finzione è un uomo iniquo di nome Tocca, e l’ispettore Pazzi (l’alter ego del dottor Perugini) caduto in disgrazia per l’errore di indagine sospetta che sia stato proprio Hannibal Lecter, un giovane Lecter il mostro di Firenze. Un anglosassone quindi con grande cultura e diabolica metodologia.
Tale tesi è condivisa da Nino Filastó nel suo monumentale “storia di merende infami” dove decostruisce l’impianto accusatorio su Pacciani e la setta nera per ipotizzare un serial killer in divisa, un giovane con un trauma passato risvegliato dalla vista di Barbara Locci in atteggiamenti intimi con l’amante mentre il figlio Natalino dormiva sul sedile posteriore. L’agente in divisa, incaricato di pedinare la Locci, amante del criminale Francesco Vinci, avrebbe commesso il primo omicidio di impeto per poi cedere anni dopo alla pulsione, probabilmente ispirato dal film Maniac di Lustig, infatti è nel periodo in cui Maniac esce nelle sale italiane che il mostro inizia alle sue escissioni, come il protagonista interpretato da Joe Spinell. Un Lust Murderer quindi, che dalla sua posizione all’interno delle forze dell’ordine poteva avvicinarsi senza problemi alle auto delle doppiette ed eventualmente tornare sulla scena del crimine per far sparire le prove. A favore di questa tesi anche la mira pressoché infallibile del Mostro. Un tiratore che raramente sbaglia.
Sulla teoria dell’uomo anglosassone, corroborata dalla dissertazione dell’Fbi da parte dei Mindhunters di Quantico, nasce anche la pisa su Joe Bevilacqua, militare in pensione trapiantato a Firenze che altri non sarebbe che l’assassino Zodiac in terra straniera.
Una teoria fantasiosa che diventa reale solo quando la si narra per sommi capi. Il diavolo è nei dettagli e Zodiac, con buona parte di certi podcast che dovrebbero lasciare al crime a ben più competenti colleghi, resta un fenomeno statunitense. Poi abbiamo ancora Raniero Vigilante, l’ex legionario, un altro mostro, che potrebbe aver portato la brutalità nelle campagne fiorentine. Anche qui nulla di fatto. Non bastano tavole rotonde, speciali televisivi e documentari su reti e sull’on demand per dare una risposta coerente e chiara. Non c’è modo di portare luce o minimo di chiarezza. Tutte le strade portano al buio. Dal primo film “L’assassino è ancora tra noi” di Camillo Teti del 1986 in poi abbiamo cercato come spettatori la docufiction per avere riscontro e chiarezza. Un bisogno che mai verrà soddisfatto, lo dimostra la mia libreria con ben 15 testi sull’argomento. Nessuno dei quali ha le risposte. Quindi che bisogno c’era di un’altra messa in scena sul mostro di Firenze? Che risposte può dare la miniserie di Sollima, senza dubbio di altissima qualità, alla già nutrita bibliografia sul Mostro di Firenze?
Sollima ci porta un media superiore ai sopracitati perché Sollima non porta soluzioni, invece ci parla di oscurità accecante, di buio che contamina tutto e tutti, di un corpo di polizia che arriva alla disperazione pur di avere risposte, di un mostro che non è stato mai fermato, di una verità che è solo nelle parole di chi racconta. Il Mostro di Sollima parla di cosa il mostro rappresenta, non di chi esso sia, in una rappresentazione, talmente coerente nella sua frammentarietà da diventare l’unica certezza fattasi celluloide che abbiamo sull’argomento. Non è tanto una storia su chi è il mostro ma sul perché dopo più di mezzo secolo il caso del mostro rimane dolorosamente irrisolto, una ferita aperta irrimediabilmente infettata. “In me la notte non finisce mai” recitava l’unica lettera del mostro al mondo, prima di sparire per sempre (o cambiare modus operandi?) e fermare la sua furia omicida. Il Mostro ha portato la sua notte eterna nelle campagne fiorentine contaminandole per sempre.
