Cronaca

Il 13 gennaio del 2012 il naufragio della Costa Concordia all’Isola del Giglio di Grosseto

Il 13 gennaio segna la data dell’anniversario di una delle pagine più drammatiche della storia marittima italiana: il naufragio della Costa Concordia. Sono trascorsi quattordici anni da quella notte gelida al largo dell’Isola del Giglio del 2012, ma l’eco delle sirene e le immagini di quel gigante d’acciaio adagiato sul suo fianco sinistro restano impresse nella memoria collettiva come un monito indelebile sulla fragilità umana e sulla responsabilità del comando. Tutto ebbe inizio alle 21:45 del 13 gennaio 2012. La Costa Concordia, un’immensa nave da crociera con oltre 4.200 persone a bordo, stava navigando troppo vicina alla costa per svolgere il cosiddetto “inchino”, un saluto rituale all’isola. L’impatto contro le rocce de Le Scole fu violento: uno squarcio di settanta metri aprì la chiglia, segnando il destino i della nave.

Ciò che trasformò un incidente tecnico in una tragedia immane fu la gestione dell’emergenza, in primis da parte del comandante di bordo Francesco Schettino. Mentre l’acqua invadeva i compartimenti stagni, in plancia regnava la totale confusione. L’ordine di abbandono della nave arrivò con colpevole ritardo, oltre un’ora dopo l’urto, quando la nave era ormai troppo inclinata per calare correttamente tutte le scialuppe. In quel caos tremendo morirono 32 persone, vittime non solo della forza inesorabile mare, ma di una lunga catena di omissioni e incertezze.

La figura di Francesco Schettino divenne rapidamente il fulcro delle polemiche mondiali. Le indagini rivelarono che il comandante non solo aveva sottovalutato il pericolo iniziale, ma aveva abbandonato la nave mentre centinaia di passeggeri erano ancora a bordo nel disperato tentativo di mettersi in salvo. Simbolo di quella notte divenne la telefonata tra Schettino e il comandante della Capitaneria di Porto, Gregorio De Falco. L’ordine perentorio di quest’ultimo — «Vada a bordo, cazzo!» — risuonò come un grido di dovere e dignità di fronte alla fuga del responsabile della sicurezza di migliaia di vite.

Il percorso giudiziario è stato lungo e meticoloso. Nel 2017 la Corte di Cassazione ha messo la parola fine alla vicenda, confermando la condanna a 16 anni e un mese di reclusione per Francesco Schettino. Nonostante i tentativi della difesa di presentare Schettino come un “capro espiatorio” di un sistema di sicurezza aziendale carente, i giudici stabilirono che la condotta del comandante fu la causa principale del disastro e della perdita di vite umane. La sentenza definì le sue scelte “scellerate” e prive di logica marittima.

Oggi, Francesco Schettino sta scontando la sua pena nel carcere romano di Rebibbia. In questi anni di detenzione, l’ex comandante ha mantenuto un profilo basso, venendo descritto come un “detenuto modello”. Ha dedicato gran parte del suo tempo alla cultura e allo studio, seguendo corsi universitari in legge e giornalismo, cercando, a suo dire, di comprendere a fondo i meccanismi che hanno portato alla sua condanna.
Recentemente, la cronaca è tornata a occuparsi di lui per la richiesta di semilibertà. Schettino ha maturato i requisiti per accedere a misure alternative alla detenzione, avendo scontato metà della pena. Si era parlato di un possibile impiego presso la Fabbrica di San Pietro, in Vaticano, per occuparsi della digitalizzazione di archivi storici, un progetto volto al reinserimento sociale dei detenuti. Tuttavia, in tempi più recenti, la proposta è stata ritirata dallo stesso ex comandante per il “cambiamento delle condizioni” necessarie. Nonostante ciò, Schettino usufruisce già di permessi premio che gli consentono di uscire temporaneamente dal carcere per brevi periodi, un passo previsto dal percorso rieducativo che continua a sollevare, ancora oggi, il dolore dei familiari delle vittime.