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I giorni della Pasqua di Gesù raccontati al cinema tra kolossal e film d’autore

In questi giorni di Pasqua, mentre le piazze si riempiono di processioni e le famiglie si riuniscono intorno alla tavola per celebrare la Resurrezione, il cinema torna a essere uno dei grandi narratori della storia più raccontata dell’umanità. La Passione di Cristo – quel cammino di sofferenza, tradimento, morte e speranza che culmina nella croce e nella tomba vuota – non è solo un evento religioso: è un simbolo universale di redenzione, di lotta tra bene e male, di umanità fragile e divina allo stesso tempo. Ogni anno i media, dalla televisione ai social, ripropongono immagini di crocifissioni, di Maria addolorata e di giardini vuoti all’alba, ma è sul grande schermo che questa simbologia trova le sue interpretazioni più audaci e personali. Da oltre sessant’anni registi di ogni orientamento hanno osato rileggere i Vangeli, trasformando la Passione in un’opera d’arte che parla al contemporaneo. Ecco cinque film che, in ordine di uscita, hanno segnato la storia del cinema e continuano a far discutere ogni primavera. Il primo, e forse ancora il più rivoluzionario, è Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, uscito nel 1964. Pasolini, marxista e ateo dichiarato, scelse proprio il Vangelo di Matteo perché lo considerava il più “rivoluzionario” e lo adattò quasi letteralmente, con dialoghi presi parola per parola dal testo sacro. Girato in Puglia con un’estetica neorealista tra contadini del Sud Italia, il film vede come Gesù un giovane studente spagnolo di diciannove anni, Enrique Irazoqui, mentre la madre del regista, Susanna Pasolini, interpreta Maria anziana. Quasi tutto il cast è composto da non attori, volti veri di contadini che danno alla predicazione di Cristo un’intensità popolare e politica. Pasolini non tradisce mai il testo, eppure lo rende un grido di ribellione contro i potenti: Gesù è un rivoluzionario severo, poetico e inflessibile, che cammina tra folle reali e annuncia il Regno come una sfida al potere. Il Vaticano, con sorpresa generale, lo elogiò definendolo il miglior film su Gesù mai realizzato, dimostrando che l’arte può unire anche chi sembra lontano. Tre anni dopo, nel 1973, arrivò Jesus Christ Superstar di Norman Jewison, un’opera rock che portò la Passione direttamente sul palcoscenico del rock anni Settanta. Girato in location autentiche in Israele tra caldo torrido e sabbia, il film ha come protagonista Ted Neeley nei panni di un Gesù tormentato e quasi rockstar riluttante, affiancato da Carl Anderson (afroamericano) nel ruolo di Giuda e Yvonne Elliman come Maria Maddalena. Jewison aveva inizialmente pensato a star come Mick Jagger o John Lennon, ma scelse attori provenienti dal teatro. L’intera ultima settimana di Cristo – dall’ingresso trionfale a Gerusalemme fino alla crocifissione – viene raccontata quasi esclusivamente dal punto di vista di Giuda: un traditore che dubita, ama e soffre. La musica di Andrew Lloyd Webber e Tim Rice trasforma il dramma in un inno generazionale: Gesù diventa umano, fragile, diviso tra missione divina e stanchezza terrena. Un musical che, ancora oggi, fa cantare intere generazioni e mostra come la Passione possa essere anche un grido di protesta giovanile. Nel 1979 i Monty Python firmarono uno dei film più controversi e geniali della storia: Brian di Nazareth. Graham Chapman interpreta Brian Cohen, un poveraccio nato per caso nella stalla accanto a quella di Gesù e scambiato per il Messia da una folla di fanatici. Il cast è tutto il gruppo Monty Python – John Cleese, Michael Palin, Eric Idle, Terry Gilliam e Terry Jones, quest’ultimo anche regista – mentre Kenneth Colley appare solo brevemente come un Gesù rispettato e serio durante il Discorso della Montagna. Il film fu accusato di blasfemia e bandito in vari Paesi, Italia compresa per un periodo, ma gli autori hanno sempre chiarito: «Non prendiamo in giro Gesù, ma i suoi seguaci esaltati». La Passione viene così satirizzata attraverso Brian, crocifisso con umorismo nero mentre canta “Always Look on the Bright Side of Life”. Gesù resta intoccabile, quasi sacro; è la religione organizzata a essere messa alla berlina. Un capolavoro di satira che, a ogni Pasqua, ricorda quanto sia facile fraintendere il messaggio originario. Nel 1988 Martin Scorsese portò sullo schermo L’ultima tentazione di Cristo, un’opera tormentata quanto il suo protagonista. Willem Dafoe è un Gesù umano, fragile, divorato da dubbi, paure e desideri carnali (compresa una relazione con Maria Maddalena interpretata da Barbara Hershey); Harvey Keitel è un Giuda ambiguo e David Bowie un Pilato glaciale. La sceneggiatura di Paul Schrader, tratta dal romanzo di Nikos Kazantzakis, culmina in una lunga sequenza onirica sulla croce: Gesù immagina una vita “normale” con moglie e figli, rinunciando alla missione divina. Scorsese lo considerava il suo progetto più personale e fu sommerso da proteste violente prima dell’uscita. Il regista aveva offerto il ruolo a vari attori, tra cui lo stesso Mel Gibson che rifiutò. Il film non è un adattamento letterale dei Vangeli (lo avverte la scritta iniziale) ma un’indagine psicologica profonda sul conflitto tra umanità e divinità. La Passione diventa così un dramma interiore scorsesiano: la croce non è solo sofferenza fisica, ma lotta dell’anima. Infine, nel 2004, Mel Gibson firmò La Passione di Cristo, il più crudo e viscerale di tutti. Jim Caviezel è un Gesù che soffre in modo straziante le ultime dodici ore – dall’arresto al processo, dalla flagellazione alla crocifissione – mentre Maia Morgenstern è Maria e Monica Bellucci Maria Maddalena. Gibson stesso diresse, co-produsse e co-sceneggiò il film, finanziandolo in gran parte di tasca propria; le mani che inchiodano Gesù alla croce sono proprio le sue, simbolo di responsabilità collettiva («Sono stato io a metterlo sulla croce»). Caviezel subì infortuni reali durante le riprese, tra cui una scarica elettrica. Girato in aramaico, latino ed ebraico per massima fedeltà storica, il film è un “via crucis” cattolico tradizionale: niente redenzione facile, solo sangue, dolore e sacrificio estremo. Un’opera che divide ancora oggi, ma che ogni Pasqua torna a ricordare la dimensione fisica e redentrice della sofferenza di Cristo. Cinque film, cinque sguardi diversi – neorealista e politico, rock e generazionale, satirico, psicologico, iper-realistico – eppure tutti ruotano intorno allo stesso mistero pasquale: la croce che diventa speranza. In un’epoca in cui la simbologia religiosa si diluisce nei media, questi capolavori ci ricordano che la storia di Gesù continua a parlare, a provocare e a commuovere, anno dopo anno.