Cronaca

“Giorno della memoria”, significa anche tenere insieme storia e responsabilità

Il “Giorno della Memoria” occupa oggi un posto centrale nel calendario civile italiano e europeo e interroga in modo particolare la ricerca storica e la trasmissione pubblica del passato. Istituito in Italia con la legge n. 211 del 2000, esso richiama la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione dei cittadini ebrei, la deportazione e la morte di uomini e donne italiani nei campi di concentramento e di sterminio, nonché il ricordo di quanti si opposero al progetto di annientamento. Nella formulazione normativa, tuttavia, non compare un riferimento esplicito al fascismo italiano, né al ruolo svolto dallo Stato fascista nella costruzione e nell’attuazione delle politiche razziali. Questo dato, lungi dall’essere meramente formale, segnala una difficoltà più profonda nell’elaborazione pubblica del passato”.

“La persecuzione antiebraica in Italia non fu infatti il risultato di un evento improvviso, né unicamente l’effetto dell’occupazione tedesca dopo il 1943. “Essa prese forma attraverso decisioni politiche, provvedimenti legislativi e pratiche amministrative che trovarono nel regime fascista il proprio quadro di riferimento. Le leggi razziali del 1938 tradussero l’antisemitismo in norma dello Stato, ridefinendo l’appartenenza alla comunità nazionale e segnando l’estromissione degli ebrei dalla vita civile, economica e sociale. Dopo l’8 settembre 1943, la collaborazione della Repubblica sociale italiana con le autorità naziste rese possibile l’arresto e la deportazione di migliaia di ebrei, con il coinvolgimento diretto delle autorità italiane”.

“Il Giorno della Memoria non può esaurirsi nella sola commemorazione delle vittime. Esso impone piuttosto di interrogare i quadri politici e istituzionali entro cui la persecuzione si definì, così come le pratiche di adattamento, di consenso e di indifferenza che ne accompagnarono lo sviluppo. Separata da un rigoroso lavoro storico, la memoria rischia infatti di ridursi a una ritualità ripetuta, che finisce per eludere il nodo delle scelte compiute e delle responsabilità assunte nel corso della persecuzione. La storiografia ha da tempo messo in evidenza come la Shoah non sia stata un evento astratto o ineluttabile, ma l’esito di politiche deliberate, radicate in contesti nazionali e locali specifici”.

Nel corso degli anni, il 27 gennaio è venuto ad assumere un significato che oltrepassa la dimensione storica in cui la persecuzione si è realizzata. Il Giorno della Memoria si è affermato come uno spazio condiviso di riflessione sui limiti della violenza esercitata dal potere e sulla fragilità dei diritti, non perché la Shoah possa essere assunta come misura di ogni tragedia storica, ma perché essa consente di cogliere, nella loro forma estrema, i processi attraverso i quali individui e gruppi vengono progressivamente privati di tutela, ridotti a categorie e infine esposti a una violenza esercitata in nome dell’ordine e della legge.

“Nel contesto internazionale del 2026, segnato da guerre e crisi umanitarie, queste domande si impongono con particolare urgenza. La guerra a Gaza, come altri conflitti contemporanei, rende evidente la vulnerabilità delle popolazioni civili e sollecita una forte attenzione dell’opinione pubblica. È in un simile quadro che il Giorno della Memoria acquista un ruolo rilevante nello spazio pubblico, richiamando alla necessità di un uso rigoroso e responsabile del passato. La memoria della Shoah non può essere utilizzata come chiave interpretativa immediata del presente, né piegata a letture semplificate; la sua specificità storica va preservata proprio per evitare che venga trasformata in strumento polemico o ridotta a criterio di legittimazione o delegittimazione politica”.

“È essenziale distinguere con rigore tra la critica alle politiche di uno Stato e l’attribuzione di colpe e responsabilità su base identitaria, che finisce per colpire gli ebrei in quanto tali. Il riconoscimento della sofferenza delle popolazioni civili, necessario e doveroso, non può tradursi in una sovrapposizione dei piani né in un giudizio collettivo. L’antisemitismo contemporaneo, infatti, non si manifesta soltanto attraverso forme esplicite o violente. Negli ultimi anni se ne osserva una rinnovata circolazione nello spazio pubblico, spesso attraverso processi di generalizzazione ed essenzializzazione che cancellano differenze storiche e politiche rilevanti e riattivano schemi e linguaggi antiebraici di lunga durata”.

“Ricordare il 27 gennaio significa allora tenere insieme storia e responsabilità. Significa nominare colpe e complicità, comprese quelle italiane, senza rimozioni né autoassoluzioni. Significa riconoscere nel Giorno della Memoria uno spazio di riflessione condivisa, in cui il passato non viene evocato per chiudere il discorso sul presente, ma per renderlo più consapevole e più attento ai diritti e alla dignità di ogni essere umano”.

 

(Fonte: Valeria Galimi – Vicepresidente Isrt/Università di Firenze)