Eccidio del Padule di Fucecchio, ancora un risarcimento per gli eredi di una delle vittime della strage nazista
Era l’alba del 23 Agosto 1944, la luce fioca del sole a riflettersi sull’acqua stagnante degli acquitrini del Padule di Fucecchio, una vasta zona paludosa fra Pistoia e Firenze, terra umida abitata da contadini, per lo più adibita per pascoli e caccia. I canti di aironi e fenicotteri si potevano udire nell’aria e le libellule compivano la loro ipnotica danza nell’aria del mattino mentre gli abitanti del Padule, iniziavano pigramente ad alzarsi e sbrigare le loro faccende. Nel Padule, infatti in quel periodo c’erano molte persone. Sfollati dalle vicine città. Anziani, bambini, donne, invalidi, chiunque non potesse combattere era stato spostato in una zona sicura, lontano dai bombardamenti, lontano dalle fabbriche e dalle principali strade. Lontano dai tedeschi che, in fuga verso la linea gotica massacravano e razziavano senza sosta. Poteva essere una giornata estiva come tante. Gli sfollati del Padule vivevano alla giornata, nella speranza che quel conflitto orrendo e devastante fosse prossimo alla fine. Non era ancora sorto il sole quando un rumore di carri iniziò a farsi sempre più vicino.
Era la 26esima divisione corazzata guidata dal generale Peter Eduard Crasemann. Un plotone della morte in piena ritirata. Panzer IV, Stug III più una manciata di carri pesanti Tiger. Camion e fanteria motorizzata. Circa settemila truppe in totale. Crasemann ferma la colonna sulla Via Bientina, fa chiamare il capitano Josef Strauch e gli impartisce un ordine secco: la zona va ripulita dai civili. Strauch, ufficiale bavarese in carriera di 34 anni, mandato in Italia l’anno precedente per mantenere l’ordine, sorride ed esegue. Strauch non è che un altro macellaio cresciuto nella macchina bellica tedesca e quel mattino farà quello che sa fare meglio: Distruggere. Mentre la fanteria della 26esima marcia verso le case. Non ci fu nessun annuncio, non dissero niente. Entrarono casa per casa, sparando a qualunque essere umano, senza alcuna distinzione fra donne, bambini, vecchi o malati. Sparano a bruciapelo, esecuzioni sommarie. Abbattuti come bestiame. Dopo il piombo arriva il fuoco. Le truppe comandate da Strauch bruciano tutti gli edifici. abitazione modeste, con pochi preziosi averi. Tutto viene divorato dalle fiamme. Il massacro dura poche, terribili ore. 175 civili morti. Cancellati. Si dirà che Crasemann diede l’ordine di cercare e punire eventuali partigiani ma lì nelle paludi di Fucecchio c’erano solo civili disarmati. Alcuni riuscirono a salvarsi, nascondendosi fra i canneti o fingendosi morti. Solo una manciata di decine scampò all’eccidio.
Crasemann non rimase lì, assieme a Strauch e ai suoi 7000 uomini si spostò lungo la costa adriatica per ingaggiare gli alleati in Emilia Romagna fra Cesena e Faenza. Il generale verrà catturato il quattordici maggio del 1945, subito dopo la resa tedesca. Verrà preso vicino a torino, in un camioncino mimetizzato, con addosso ancora le carte operative e il foglio con l’ordine per Fucecchio. Verrà incarcerato e processato a Padova. Crasemann non fuggì e non si nascose. Morirà in carcere nel 1950 dopo una mera condanna a 10 anni. Strauch, il macellaio, fu catturato due giorni prima a Bolzano. Interrogato nel 1946 decise di collaborare e testimoniò ai processi contro Crasemann e Kesselring. Condannato nel 1948 dal tribunale militare di Firenze a 6 anni ottenne la grazia dal presidente Einaudi nel dicembre del ’49 su pressione del governo Adenauer. Scontò sei mesi in un campo di internamento ad Alatri e fu definitivamente rilasciato il 22 Aprile 1950. Strauch, l’esecutore materiale della strage di Fucecchio, lavorerà come traduttore per l’Onu, per poi compiere anche attività politica. Non venne mai più processato. Morì nel 1970 in totale anonimato, mentre la ferita del Padule avrebbe continuato a sanguinare nei decenni successivi.
Una storia che non ha visto giustizia, almeno fino ad oggi. Il 27 Gennaio 2026 il tribunale ordinario civile di Firenze presieduto dal Giudice Daniela Garufi ha emesso una sentenza per un risarcimento di 300.000 euro a favore di un sopravvissuto all’eccidio di Padule, una di quelle voci grazie alla quale noi possiamo conoscere la portata e l’orrore con estrema precisione e lucidità di quello che accadde quel giorno e che altrimenti sarebbe rimasta nell’ombra della storia. Questo tipo di compensazione non sarebbe stato possibile se non fosse stato per il fondo del Mef istituito da Mario Draghi nel 2022. Come abbiamo visto in casi analoghi precedenti l’impunità per i crimini di guerra commessi dai nazifascisti non ha permesso alle vittime di guarire. Vi sarà sempre uno strascico doloroso dei sopravvissuti che contamina di generazione in generazione l’animo umano, come una ferita che si ripresenta sulla pelle di chi è stato brutalizzato e poi dimenticato a fine conflitto. Vittime innocenti della storia sbranate dagli ingranaggi della guerra e della politica.
L’eccidio di Padule è proprio questo. Un bieco sbranare inermi civili la cui colpa è stata soltanto essere sul cammino di una forza bellica in marcia verso le fiamme di una nuova battaglia. Uomini, donne, bambini e anziani sbranati da una belva di settemila teste. Una belva che non ha mai conosciuto la giusta punizione. Tutt’oggi nel Padule si dice che si senta ancora il dolore di quella tragedia e che il vento fra i canneti sussurri i nomi di chi, quella mattina del 23 Agosto, lì trovò la morte. Forse ora, una sentenza alla volta, quel sussurro straziante inizierà a cessare
