Il Reverendo Jesse Jackson, icona indiscussa dei diritti civili americani, si è spento pacificamente il 17 febbraio 2026 a Chicago, all’età di 84 anni, circondato dalla famiglia. La sua morte, dopo una lunga battaglia contro la paralisi sopranucleare progressiva – una rara malattia neurodegenerativa diagnosticata dopo un iniziale errore come Parkinson nel 2017 – segna la fine di un’epoca per il movimento per l’uguaglianza razziale e la giustizia sociale negli Stati Uniti. Nato Jesse Louis Burns l’8 ottobre 1941 a Greenville, South Carolina, in un Sud profondamente segregazionista, Jackson crebbe con determinazione e fede. Si laureò in sociologia alla North Carolina A&T State University nel 1964 e studiò teologia a Chicago, diventando pastore battista. Presto entrò nell’orbita di Martin Luther King Jr., diventando uno dei suoi collaboratori più stretti: partecipò alle marce storiche per i diritti civili e fu presente al Lorraine Motel di Memphis il 4 aprile 1968, quando King fu assassinato.Dopo la tragedia, Jackson continuò la lotta con rinnovata urgenza. A Chicago guidò Operation Breadbasket, poi fondò Operation PUSH nel 1971 e la National Rainbow Coalition nel 1984, fuse successivamente nella Rainbow PUSH Coalition. Queste organizzazioni si batterono non solo contro il razzismo, ma per l’empowerment economico delle comunità nere, l’occupazione, l’istruzione e una giustizia sociale inclusiva per minoranze, donne e poveri. Pioniere assoluto in politica, Jackson fu il primo afroamericano a condurre una campagna presidenziale seria e nazionale: nel 1984 e soprattutto nel 1988, quando raccolse milioni di voti e arrivò secondo in molte primarie democratiche, dimostrando il potenziale di una “rainbow coalition” multirazziale. Nel 2000 ricevette la Presidential Medal of Freedom da Bill Clinton, la più alta onorificenza civile USA. Anche negli ultimi anni, nonostante la malattia che ne indebolì voce e movimenti, Jackson non smise mai di essere una voce per i diritti dei neri. L’omicidio di George Floyd nel maggio 2020 lo riportò in prima linea: si recò a Minneapolis per sostenere la famiglia, partecipare alle proteste e premere per l’incriminazione dell’agente Derek Chauvin. Al memoriale pronunciò ripetutamente “I can’t breathe!”, riecheggiando gli ultimi istanti di Floyd e collegando il caso a una lunga catena di violenze fra cui Eric Garner, Michael Brown, Breonna Taylor e molti altri che ancora muoiono ingiustamente nelle strade americane. Definì l’uccisione un “linciaggio alla luce del giorno” e incoraggiò proteste pacifiche ma persistenti, vedendo in Black Lives Matter un risveglio multirazziale simile alle lotte degli anni ’60. Nel 2021 tornò a Minneapolis durante il processo a Chauvin, celebrandone la condanna come passo verso riforme strutturali. Jesse Jackson è stato un ponte tra le generazioni: dal movimento di King alle battaglie contemporanee contro il razzismo sistemico, la brutalità della polizia e le disuguaglianze economiche. Il suo carisma oratorio, la capacità di mobilitare e la tenacia instancabile hanno ispirato milioni, ridefinendo la politica democratica e dando voce agli oppressi, ai dimenticati, ai senza diritti. La sua famiglia nel comunicato di annuncio della sua morte ha annunciato: «Nostro padre è stato un servo leader – non solo per la nostra famiglia, ma per gli oppressi, i senza voce e gli ignorati in tutto il mondo». Il suo lascito vive nella lotta continua per una società più giusta.
