Radicalizzato online, costruiva ordigni nella sua stanza. La Digos ha sventato un attacco a un edificio pubblico: il ragazzo dormiva accanto ai materiali esplosivi. Dormiva accanto all’esplosivo che aveva costruito con le sue mani. Quattordici anni, nessun segnale evidente di disagio, una cameretta come tante. E, nascosto tra le mura di quella stanza, un laboratorio artigianale, materiali chimici, componenti modificati e un piano dettagliato per far saltare in aria un edificio pubblico pieno di persone. L’indagine della Digos di Pescara e L’Aquila ha sventato quello che gli investigatori considerano un pericolo reale e imminente. L’operazione, rimasta riservata per mesi, si è chiusa di recente con un quadro di gravità eccezionale: un minorenne che non stava giocando, non stava sperimentando per curiosità. Stava pianificando una strage.Quando gli agenti hanno bussato alla porta, i genitori non sapevano nulla. O almeno così hanno dichiarato. Dietro la porta della cameretta del figlio si apriva una realtà che nessuno si aspettava: materiali chimici stoccati a pochi centimetri dal letto, petardi smontati per recuperarne la componente esplosiva, oggetti comuni trasformati in strumenti per la produzione di sostanze potenzialmente letali. La situazione era tale da richiedere l’intervento immediato degli artificieri, chiamati a mettere in sicurezza l’intera abitazione. Il laboratorio non si limitava alla stanza. Parte delle attività si svolgeva sul terrazzo, trasformato in una vera e propria officina improvvisata. Due ambienti domestici, una famiglia ignara e un progetto che andava avanti da tempo.
Non si trattava di velleità vaghe o fantasie adolescenziali. Dalle analisi dei dispositivi elettronici sequestrati è emerso un piano strutturato: un obiettivo preciso, un edificio pubblico ad alta frequentazione, e persino una stima del numero di vittime che l’attacco avrebbe potuto causare. Gli investigatori parlano di un livello di organizzazione avanzato, inatteso per un ragazzo della sua età. Le competenze dimostrate hanno colpito gli inquirenti: familiarità con il linguaggio tecnico della chimica degli esplosivi, comprensione concreta dei processi necessari alla fabbricazione di ordigni, capacità di reperire e lavorare materiali difficili da trovare. Non un dilettante per caso, ma qualcuno che aveva studiato, cercato, appreso con metodo.
La domanda più inquietante non è cosa stesse costruendo, ma come ci fosse arrivato. La risposta è nei dispositivi sequestrati: chat criptate, contatti internazionali, ambienti virtuali radicali in cui il ragazzo chiedeva consigli tecnici, si confrontava sulla costruzione di ordigni, assorbiva ideologie. Nei file trovati dagli investigatori, materiali riconducibili a diverse matrici estremiste, in un intreccio che gli inquirenti definiscono tipico delle nuove forme di radicalizzazione digitale. Non una sola ideologia, non un’unica appartenenza. Un collage di estremismi, caratteristica sempre più comune tra i giovani radicalizzati online, dove le barriere tra le diverse culture della violenza tendono a dissolversi in una fascinazione comune per la distruzione. È questa la frontiera più difficile da presidiare: la radicalizzazione che non passa per luoghi fisici, non lascia tracce nel mondo reale, cresce in silenzio dentro una stanza mentre la famiglia cena in cucina.
Il timore di un passaggio imminente all’azione ha convinto le forze dell’ordine a intervenire senza attendere. L’operazione è scattata lo scorso anno. Il ragazzo è stato affidato a una struttura specializzata e la sua posizione è al vaglio della magistratura minorile. Il caso di Pescara apre una riflessione che va oltre la singola vicenda: quanti altri laboratori silenziosi esistono, in quante altre camerette si costruisce qualcosa che nessuno vede finché non è troppo tardi? Le forze dell’ordine monitorano con crescente preoccupazione il fenomeno dei giovanissimi radicalizzati in autonomia, senza reti organizzative alle spalle, invisibili fino al momento in cui scelgono di agire.
