Trump e la Groenlandia, sembra il titolo di un film, o di una serie tv, e invece è realpolitik dei giorni nostri e fa paura
L’America spaventa. Spaventa quando arbitrariamente viola le leggi dell’Onu per invadere Stati sovrani per esportare “democrazia”, spaventa quando foraggia genocidi su larga scala, spaventa quando impone dazi che potrebbero portare economie consolidate al collasso e non da meno spaventano quando lasciano la propria popolazione a morire nelle strade. Gli Stati Uniti di Trump sono a tutti gli effetti il villain manifesto di questi anni ’20, come in una sorta di Squid Game in salsa a stelle e strisce non c’è modo di sapere chi sarà il prossimo a beccarsi una sana dose di democrazia dello zio Sam, seguita da decenni di instabilità politica. Ma il liberatore tanto osannato dal suo stesso cinema (una macchina dellle propaganda goebbelsiana che ha funzionato fin troppo bene) divenuto poi poliziotto del mondo nella guerra al terrore (da John Wayne a John McClane il passo è breve) altro non era che un costume, una maschera veneziana della commedia dell’arte. Ora l’imperatore è nudo, non sembra aver più bisogno di fingere. Nemmeno la Maschera di Pantalone calza più a Donald Trump, entrato in modalità avido conquistatore. Make America Great Again il suo slogan e noi stupidamente pensavamo a quella del post bellico, ignoravamo che si trattassero degli Stati Uniti espansionistici senza scrupoli di fine Ottocento.
Una storia che si sente raccontare poco, quando il territorio già vasto del Nord America non sembrava sufficiente e mossero guerra a Messico e nelle Filippine per espandersi sul Pacifico oltre che permettere ad un mercenario bieco come Walker di prendere possesso del Nicaragua. Ora gli occhi dello zio Donald sono puntati a nord est e a sud nella sua continua ricerca di nuovi territori. Trump non sta facendo altro che proseguire il discorso espansionistico portato avanti dalle precedenti amministrazioni ma, questa volta, senza alcun pretesto, senza conciliaboli come in Guatemala, a Cuba, o in Chile o altre sordide operazioni della Cia. Tutto alla luce del sole, se è alla luce del sole è legittimo. Del Venezuela è stato decretato il destino, e questo potrebbe portare ripercussioni su tutto il Sudamerica, con un governatore fantoccio pronto a svendere le risorse alle compagnie statunitensi. Ora é la Groenlandia il nuovo tassello dove Trump tenta da tempo di dare un vergognoso Anschluss (termine Teutonico non usato a caso). La ragione ufficiale? Difendersi dalla Russia e dalla Cina ovviamente. La Groenlandia, un’enorme isola inospitale fatta di ghiaccio e roccia che conta meno abitanti della città di Lucca, serve per eventuali attacchi da parte dei due grandi rivali. Per proteggere la democrazia ovviamente. Un’altra ragione é perché , e questo è molto simile a ragionamenti fatti da un anonimo pittore austriaco e la sua cricca di amici, la Groenlandia è di diritto parte degli Stati Uniti non certo della Danimarca. Molti non sanno che quest’ultimo ragionamento fu messo sul tavolo altre volte nel corso della storia dallo zio Sam. Dal 1886 al 1955 ci furono quattro tentativi di acquisire la Groenlandia senza successo. Trump nel primo mandato mise sul tavolo l’idea e ora è ripartito a spron battuto per aumentare il Lebensraum a stelle e strisce.
A che pro? L’America non è sovrappopolata anzi vi sono più case vuote che persone senza fissa dimora (e i numeri sono astronomici) non ha senso prendere un inospitale pezzo di terra con 50mila abitanti che parlano danese, totalmente parco di sistemi di trasporto e dove andrebbe fatta una operazione fantascientifica di Terraformazione per renderla ospitale. Mandarci contingenti di truppe e basi militari? Auguri. Certo strategicamenre si potrebbero installare strutture e basi che possano colpire o intercettare minacce da oltre il polo, nel cuore dell’Asia ma non si installano strutture militari complesse in qualche settimana e soprattutto senza che Russia e Cina si muovano a loro volta. Ma stiamo girando intorno all’elefante nella stanza, la Groenlandia è ricca di risorse, risorse di cui gli Stati Uniti hanno fame. Come per il Venezuela, gravido da sempre di Petrolio, o l’Iraq o molti altri paesi, la Groenlandia fa gola. Trump vorrebbe invaderla e ancora auguri a invadere militarmente uno stato europeo alleato. La conquista durerebbe pochi giorni, senza dubbio, ma come per l’Afghanistan, la Groenlandia non è territorio che può essere tenuto per molti fattori geografici e climatici. Marco Rubio, ex concorrente alla casa Bianca sempre trombato alle primarie e ora leccapiedi del parruccone, vorrebbe invece evitare il G-Day ed evitare i geloni alle ben viziate truppe statunitensi per proporre una cifra astronomica alla Danimarca in cambio della tanto agognata isola di ghiaccio.
Come sempre siamo nelle mani di una politica sbruffona e irresponsabile da un lato e la cricca dei pavidi dall’altra con un’Europa talmente concentrata a recitare la parte di Arlecchino servo di due padroni che ha dimenticato il suo peso politico. In un mondo ideale, al domani dell’aggressione contro il Venezuela tutto il sud e il Centro America sarebbe stato in rivolta, non per la figura di Maduro sicuramente non santificabile ma quanto per l’arbitraria aggressione ad uno stato sovrano, Panama avrebbe chiuso i battenti bloccando i flussi commerciali e nord e sud avrebbe puntato le armi contro l’aggressione Trump per portarlo all’ordine. E invece va tutto secondo piani non scritti e non architettati e che non possono far altro che spingere gli Stati Uniti verso il punto di non ritorno e tutti noi verso l’incertezza più totale. Per fare una battuta a chiusura, é buona cosa che il vino californiano esista altrimenti ci saremmo trovati il 10° Cavalleria di Apocalypse Now in Valpolicella o sulle colline del Chianti.
