Cronaca

Fu deportato e morì ad Auschwitz, ora agli eredi spetta un risarcimento da 250 mila euro

C’è un luogo che terrorizza tutti noi, indipendentemente da sesso, razza, credo religioso e fede politica. Un luogo che rende l’inferno dantesco profondamente rassicurante nella sua poetica giustizia. Questo luogo non ha nulla di poetico né giusto, è un grigio complesso di edifici nel bel mezzo della Polonia. Un luogo che ora è un museo, a monito eterno di cosa la brutalità umana è in grado di concepire e mettere in atto quando l’etica e i sentimenti vengono soppiantati da una folle ideologia e dalla fredda metodicità.  Auschwitz, una macchina di morte di mattoni, filo spinato, gas e fuoco.  “Son Morto, con altri cento, Son Morto che ero bambino, passato per il camino, ed adesso sono nel vento”.  Così cantavano i Nomadi e Franesco Guccini. La morte di un bimbo gasato e bruciato nei forni di Auschwitz, gli stessi forni crematori che sparsero nel vento ceneri di cadaveri, contaminando tutta la zona circostante. Fiumi, piante, case e abiti impegnati di ceneri umane, come si può vedere nel minimale La “Zona D’Interesse” premiato agli Oscar 2023 come miglior film internazionale.

 

Auschwitz è un luogo senza ritorno, senza uscita, senza speranza, dove l’umanità, parafrasando Primo Levi, ha cessato di esistere. Molti partirono, pochi fecero ritorno.  Fra questi c’era un signore anziano, nato nel secolo precedente, nel lontano 1887. Immaginate nascere agli albori della nostra repubblica italiana e gioire per la sua espansione, vedere idee di visionari rivoluzionari trasformarsi in una nazione che finalmente, dai tempi di Roma, è riuscita ad unire popoli dalle alpi alle due sicilie. Immaginate quell’uomo gioire per la vittoria italiana contro l’oppressore austro ungarico che soggiogò il nord est decenni.  Immaginate essere parte di qualcosa di così maestoso e profondo, crederci profondamente e rimanere anche quando la patria che ha visto nascere è degenerata nel buio di camicie nere, retorica e manganelli.  Quest’uomo rimarrà, nella sua Roma, la capitale della nazione che ha visto nascere, nonostante l’avanzata degli anglosassoni, nonostante la neonata repubblica di Salò fosse un mero governo di paglia in mano alla nazionalsocialista Germania.

Perché scappare? perché nascondersi? quella era la sua patria dopotutto, la sua casa, il suo mondo.  Ma quell’uomo, quell’Italiano non fu risparmiato. Come molti come lui venne arrestato per il suo retaggio ebraico dalle milizie nazifasciste e condotto verso il campo di prigionia di Fossolo di Carpi il 31 Marzo 1944 e da Carpi, il 16 Maggio 1944, venne schedato e caricato a forza sul convoglio ferroviario numero 10 diretto ad Auschwitz. Il treno numero dieci, un vagone bestiame che tagliava l’Europa e lento e inesorabile conduceva i suoi passeggeri, tenuti in condizioni disumane, verso i cancelli di Auschwitz.

 

I più fortunati morirono di stenti sul treno, morti di stenti, schiacciati o soffocati. Per gli altri toccò la ben peggiore sorte di varcare i cancelli del campo di sterminio comandato dall’inumano Rudolf Hess, dove l’aria era pregna di grida disperate, latrati canini e ceneri umane.  Quel nostro compatriota, un italiano come noi, fu regolarmente schedato dalla efficientissima macchina burocratica tedesca e conseguentemente eliminato tramite camera a gas perché considerato a 57 Anni troppo vecchio per essere di qualsivoglia utilità per qualsiasi lavoro forzato. Il nostro protagonista morirà il giorno 23 Maggio 1944, il giorno stesso del suo ingresso ad Auschwitz. Un uomo come tanti, divenuto cenere del cielo della Polonia, la cui unica colpa è stata la sua identità di uomo dal retaggio ebreo e la sua “veneranda” età, poco  importa che fosse italiano, poco importa che abbia lasciato indietro un figlio di soli dodici anni, poco importa che avesse visto formarsi la nostra nazione. 57 anni di vita.  Il figlio chiederà per anni un risarcimento per crimini contro l’umanità, una simbolica compensazione per la perdita di un genitore sbranato dalle fauci della follia nazifascista. Quel bambino diventerà uomo e quell’uomo diventerà anziano, morendo nel 2003. Solo il 25 agosto 2025 finalmente arriverà la sentenza emessa dal giudice dott. Alberto Cianfarini, che decreterà un risarcimento agli eredi rimasti una cifra di 250 mila euro. Un altra magra consolazione, arrivata troppo tardi alla famiglia del nostro compatriota morto ad Auschwitz la cui famiglia ha dovuto ripartire da zero, in un Italia che li ha traditi e venduti al mostro uncinato oltralpe. Eppure sono rimasti, nonostante il tradimento della loro patria, nonostante tutto il dolore, quella famiglia non ha smesso di essere italiana e 250 mila euro non sono abbastanza per riconoscere la loro forza.