Trump e Maduro, due facce della stessa medaglia, e la popolazione come sempre nel mezzo
In questa storia nessuno è innocente. E forse è proprio questo il punto che più infastidisce. Da una parte c’è Nicolás Maduro, che dittatore lo è davvero. Non per modo di dire, non per slogan. Lo è nei fatti: elezioni contestate, opposizione schiacciata, potere concentrato, repressione come metodo di governo. Il Venezuela è diventato negli anni un Paese ricchissimo di risorse ma poverissimo di diritti, dove il dissenso è tollerato solo finché non dà fastidio “al capo”. Dall’altra parte ci sono gli Stati Uniti, guidati oggi da Donald Trump, che quando decidono di “intervenire” non lo fanno mai solo per amore della democrazia. Trump non è un dittatore, ma quando agisce da sceriffo globale, l’aria dell’invasore si sente tutta, anche se mascherata da operazione, missione, stabilizzazione, sicurezza internazionale. Cambiano le parole, non sempre la sostanza. “The pot calling the kettle black”, direbbero in Gran Bretagna, la pentola chiama nero il bollitore, l’equivalente del nostro “il bue dà del cornuto all’asino”. Perché mentre Maduro viene giustamente indicato come il simbolo di un potere autoritario che ha portato il Paese al collasso, Washington si presenta come paladina dei valori democratici entrando però a gamba tesa in uno Stato sovrano. Non troppo, certo. Mai abbastanza da dirlo apertamente. Ma quanto basta per ricordare al mondo che quando gli Stati Uniti decidono di muoversi, lo fanno senza chiedere permesso.
In mezzo c’è il Venezuela. E qui sta il vero nodo della questione. Il Venezuela non è solo una crisi umanitaria o un caso politico. Il Venezuela è un Paese che galleggia su uno dei più grandi giacimenti di petrolio del pianeta. Una ricchezza talmente enorme da far impallidire molti Stati considerati “potenze energetiche”. Un tesoro sotterraneo che, da solo, spiega più di mille discorsi ufficiali. Quando un Paese ha così tanto petrolio, non è mai solo un problema di diritti. È sempre anche un problema di interessi. Maduro ha usato quella ricchezza come leva di potere, trasformandola in controllo e clientelismo. Gli Stati Uniti, dal canto loro, guardano a quelle risorse con l’occhio di chi sa benissimo quanto valgano in un mondo sempre più affamato di energia. E allora la democrazia diventa improvvisamente urgente. La libertà diventa una priorità strategica. Il popolo venezuelano diventa una causa.
Ma al di là delle accuse reciproche, delle mosse geopolitiche e delle dichiarazioni di principio, la vera partita non è tra Maduro e Washington. La vera partita è sul futuro del popolo venezuelano. Crisi politica a parte, strategie energetiche a parte, interventi più o meno dichiarati, il pensiero più profondo va a chi in Venezuela ci vive davvero. A chi ha visto un Paese ricchissimo diventare fragile. A chi è cresciuto tra promesse mancate, sanzioni, fuga di cervelli e quotidiana incertezza. Perché dietro il petrolio, dietro il potere, dietro i giochi di forza, ci sono milioni di persone che meritano qualcosa di diverso. Un futuro prospero, libero, degno di un popolo che ha risorse, cultura e storia per essere molto di più di un campo di battaglia politico. Qualunque cosa accada ora, la speranza è che da questo scontro esca finalmente spazio per il Venezuela vero. Non quello dei leader. Non quello delle bandiere. Ma quello della sua gente.
