Cronaca

Processo “Stammer”, altre condanne definitive della maxi inchiesta della Dda in cui è coinvolta anche la provincia di Lucca

Si è concluso nei giorni scorsi uno dei tanti filoni del maxi processo “Stammer” della Dda di Catanzaro che ha fatto piena luce su un mega traffico internazionale di cocaina dal Sudamerica all’Italia, passando da Calabria e Toscana, e che ha visto protagonista anche la provincia di Lucca, ed esattamente Altopascio. Mano mano i vari tronconi processuali stanno arrivando a Cassazione. Il maxiprocesso della Dda di Catanzaro che come detto è stato suddiviso poi in vari filoni processuali, per le diverse scelte degli imputati, e che mirava a stroncare un mega business criminale avviato al fine di portare in Italia, tra Livorno e Gioia Tauro, tonnellate di cocaina dalla Colombia, sta reggendo in tutte le fasi di giudizio, fino all’ultmo grado, e nei diversi filoni.

Le indagini culminate con un maxi blitz nel 2017 a un certo punto avevano portato il procuratore capo di Catanzaro di allora, Nicola Gratteri, a lavorare insieme ai colleghi della Dda di Firenze, perché seguendo le tracce proprio di due imputati, si era arrivati anche ad alcune videoriprese degli investigatori in un bar di Altopascio dove si era discusso delle ultime fasi operative dell’attracco di un container pieno della cocaina colombiana, e si era scelto proprio il Comune della Lucchesia, verosimilmente per non dare nell’occhio rispetto alla più controllata città di Livorno. L’importo di cocaina fu poi impedito e la nave fu bloccata in Sudamerica.

Dalle indagini erano venuti fuori molti altri particolari, a ennesima conferma che quando si parla di cocaina in Italia si parla soprattutto di cosche e clan di ‘ndrangheta, e che la Toscana è al centro di molti interessi da parte di boss e picciotti, soprattutto per il porto di Livorno. Scrivevano i giudici della Cassazione in riferimento agli incontri avvenuti ad Altopascio, in uno dei filoni del processo già concluso: “In particolare, in ordine alla vicenda oggetto del capo di imputazione, la prima sentenza d’appello ha ricordato che la figura di Domenico Lentini è emersa il 16 agosto 2015, allorquando egli è stato ripreso dalle telecamere in un bar di Altopascio, in provincia di Lucca, dove l’imputato si è incontrato con “Jota Jot”a e Antonio Varone, venendo nell’occasione immortalato un passaggio di fogli tra “Jota Jota” e Lentini, il quale subito dopo è andato via a bordo della sua autovettura, mentre i due colombiani e Varone sono poi ripartiti alla volta della Calabria”. Il senso della consegna dei fogli è stato chiarito dalla scansione degli avvenimenti dei giorni precedenti, dovendosi rammentare che la nave con il carico di cocaina era partita il 2 agosto 2015 dal porto colombiano di Turbo. Occorrendo 15 giorni per l’arrivo della nave, dopo la partenza Salvatore Pititto (condannato definitivamente a 15 anni di reclusione), altri due imputati si sono attivati per ricevere un’informazione essenziale, ovvero quella sul container dove era occultata la droga. Questa informazione è stata portata in Italia direttamente da “Jota Jota”, del cartello dei Medellin che aveva “lavorato” al fianco di Pablo Escobar, il quale è arrivato all’aeroporto di Fiumicino la sera del 16 agosto 2015: al suo arrivo erano presenti due imputati con i quali “Jota Jota” si è diretto in macchina fino ad Altopascio, dove è avvenuto l’incontro con Lentini alle tre di notte. “Dunque, il foglio consegnato a Lentini non poteva che essere il documento che conteneva le informazioni sulla collocazione del container con all’interno le scatole contenenti il carico di cocaina, documento della cui importanza e del cui imminente arrivo aveva parlato anche Salvatore Pititto nella conversazione intercettata il giorno prima dell’arrivo di Jota Jota in Italia”. Fatti divenuti verità processuali.

Il blitz coordinato dalla Dda di Catanzaro, era scattato il 24 gennaio 2017 e le indagini avevano in particolare consentito di disarticolare un’organizzazione estremamente complessa, composta da diversi sodalizi criminali, uniti tra loro come sempre per portare a compimento i loro business criminali, riconducibili a diversi clan di ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro, della provincia di Crotone e di Vibo Valentia. Clan calabresi assolutamente a loro agio nel contrattare direttamente con i cartelli sudamericani l’importazione anche di 8 tonnellate di cocaina in un solo viaggio. A dimostrazione della loro capacità di relazionarsi con chiunque: nessun’altra organizzazione criminale può vantare rapporti così stretti con i narcos. Questo processo inoltre dimostra anche la ormai assodata espansione della ‘ndrangheta in altre regioni d’Italia come la Toscana e l’episodio del bar di Altopascio la dice lunga in merito. Qui il porto di Livorno è da sempre uno degli snodi principali per il traffico di Cocaina, poi smerciato in tutta Italia e mezza Europa dai potenti clan calabresi, spesso in sinergia con altre mafie italiane e straniere, perché quando c’è il denaro di mezzo è facile creare alleanze, e visto che si parla di miliardi di euro all’anno, ancora di più. La cocaina, e il suo consumo mai in calo, continua ad essere al centro dei traffici internazionali miliardari delle mafie italiane.