Cronaca

Centrali nucleari a fusione in Italia: ecco dove si produrrà “l’energia delle stelle”

Un’enorme fonte di energia pulita, sicura e inesauribile, in grado di rivoluzionare il futuro dell’umanità. In molti la chiamano “l’energia delle stelle”, ma la fusione nucleare ha già messo le radici sul pianeta Terra. Nello specifico in Francia del Sud, a Cadarache, dove procede la costruzione del più grande reattore a fusione nucleare del mondo: a dirigere dal 2022 il gigantesco progetto internazionale chiamato Iter (International Thermonuclear Experimental Reactor), l’ingegnere italiano Pietro Babaraschi, che tuttavia, in un’intervista sulla rivista “Enea” nel 2023, avvertiva: “è difficile prevedere quando potremo utilizzare la fusione per produrre energia in modo economico e sostenibile. Potrei dire fra trenta o quarant’anni, ma non penso sia responsabile fare una previsione del genere”. Fra le tante voci autorevoli sul tema, c’è anche chi annuncia tempistiche più brevi, come Francesco Volpe, cofondatore e CEO fino al 2025 della startup francese Renaissance Fusion, che lavora alla fusione nucleare per mezzo di un reattore di tipo stellarator, alternativo al modello tokamak di ITER. A ottobre, il fisico italiano ha annunciato il lancio della filiale Renaissance Fusion Italia, alle porte di Pisa: “Il nostro paese è pronto per la fusione. Le tecnologie sono mature – ha detto ai microfoni del Corriere della Sera nel novembre scorso – il primo prototipo che produce più energia di quanta ne consuma arriverà nei primi anni ’30”. E mentre si moltiplicano previsioni e ipotesi, già sono state individuate le aree europee adatte alla costruzione di centrali nucleari a fusione. Su 900, ben 196 sono nella nostra penisola.

A delineare questi siti, lo studio “European Site Mapping” condotto dalla Technical University of Munich (Tum) tra il 2024 e il 2025 per conto della green tech tedesca Gauss Fusion, che indica 10 paesi europei idonei a ospitare gli impianti: Germania, Francia, Spagna, Svizzera, Danimarca, Paesi Bassi, Austria, Repubblica Ceca e appunto, l’Italia.

Non si tratta di località precise, ma di aree potenziali. Secondo i ricercatori dell’Università di Monaco, l’area chiave della penisola italiana è l’asse che congiunge Torino, Milano e Venezia lungo la valle del Po. Il distretto, che include poli cruciali come Cremona, vanta una combinazione strategica di industria pesante, infrastrutture già operative e una solida capacità di rete.

Dallo studio, è proprio il territorio cremonese ad emergere come punto nevralgico per la costruzione di centrali a fusione nucleare, grazie all’accesso diretto alle sottostazioni ad alta tensione. Il report evidenzia inoltre il potenziale del Mezzogiorno, dove sono stati individuati quindici cluster minori, prevalentemente dislocati lungo le fasce costiere. Ma la prospettiva di centrali nucleari a fusione sul nostro territorio, non può che sollevare paure e interrogativi. Sono pericolose?

La fissione nucleare e il problema delle scorie radioattive. Nucleare, una parola che divide profondamente l’opinione pubblica. Ormai associato al disastro di Chernobyl del 1986, il processo di scissione dell’atomo alla base delle “vecchie” centrali si trascina con sé il problema delle scorie radioattive. Una questione ancora dibattuta, che negli anni ‘60 ha dato adito alle teorie più disparate, come il lancio di questi rifiuti nello spazio. Ipotesi costosissima oltre che altamente rischiosa, destinata a diventare fantascienza.

Molto più fattibile, è l’iter di “seppellire” le scorie radioattive all’interno di depositi geologici profondi, a 200 -1000 metri sotto la superficie della terra, come quello finlandese di Onkalo. Una soluzione lontana dal risolvere il problema: nei depositi geologici, lo smaltimento totale delle scorie radioattive necessita di tempi lunghissimi, da 300 a oltre 100mila anni.

In Italia? Nel 2021 è stata pubblicata la Carta Nazionale delle Aree. otenzialmente Idonee (CNAPI) (e la successiva versione aggiornata, la CNAI, nel 2023), che identifica 51 aree adatte ad ospitare il futuro deposito nazionale, gestito da Sogin (società statale del Ministero dell’Economia e delle Finanze). Tuttavia, come scrive la giornalista Divertito sul magazine “Materia Rinnovabile”, nella penisola le scorie radioattive aumentano di anno in anno e non esiste ancora un deposito “definitivo”. Attualmente, spiega la giornalista, i 33.766 metri cubi di rifiuti radioattivi italiani sono stipati in circa trenta depositi temporanei, disseminati da Nord a Sud.

Dalla scissione alla fusione: l’”energia delle stelle” e la promessa di un futuro sostenibile. Dalla scissione alla fusione nucleare, il salto “qualitativo”, spiegano gli esperti, è enorme. Le “centrali del futuro”, infatti, dicono addio alla prima per abbracciare un processo atomico differente, capace di generare l’”energia delle stelle”.

Non è una metafora, ma la traduzione letterale della “realtà”. La fusione è proprio il meccanismo fisico che alimenta le stelle, liberando energia atomica: milioni di nuclei leggeri si fondono ad altissime temperature e pressioni, creando nuclei più pesanti e rilasciando un’enorme quantità di energia sotto forma di luce e calore. Un processo che non produce gas serra e rilascia scorie radioattive minime rispetto alla fissione nucleare. E’ così che risplendono le stelle nel cielo. E’ così che risplende il sole.