Lucca, lavora ma non viene pagato da mesi: “Così diventa umiliazione”, la storia e lo sfogo di Giovanni
“L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Ma se il lavoro poi non viene pagato, cosa resta? Lo dice l’articolo 1 della Costituzione italiana, ed è una frase che tutti conoscono. Ma che spesso, nella vita reale, sembra svuotata di significato. È lo stesso cortocircuito raccontato nel film “7 minuti”, con Fiorella Mannoia, dove il lavoro smette di essere dignità e diventa ricatto silenzioso. Ed è esattamente ciò che racconta Giovanni, 36 anni, oggi a Lucca, protagonista di una vicenda che apre uno squarcio su una realtà tutt’altro che isolata. «Faccio questo video per cercare di uscire dallo stato di abbandono nel quale sto orbitando da quasi due settimane. Un minestrone di ansia, nervoso, umiliazione». Così inizia il suo sfogo, diventato virale sui social. Giovanni lavora in un punto vendita del settore ristorazione a Lucca. Lavora, ma non viene pagato. Le ore ci sono, i turni anche. Lo stipendio no. Non è un ritardo di qualche giorno, ma settimane di silenzio. Da ottobre non riceve quanto gli spetta. Messaggi ignorati, richieste senza risposta. Una forma di pressione che lui definisce senza mezzi termini “terrorismo psicologico”. «Le persone possono arrivare a un esaurimento nervoso sul posto di lavoro», racconta. E infatti un giorno Giovanni non ce l’ha fatta più: se n’è andato, lasciando tutto com’era. Ora è a casa, in malattia, perché quel peso mentale non è più sostenibile.
Abbiamo parlato con lui al telefono per ricostruire la situazione. Racconta che solo dopo la pubblicazione del video sui social il datore di lavoro si è fatto vivo, effettuando il pagamento arretrato, accompagnato da un messaggio che suona quasi surreale: «Sono d’accordo con te». Ma la storia non finisce lì. Il 15 dicembre è passato. Il nuovo stipendio non è arrivato. E il meccanismo si ripete. Giovanni denuncia anche un altro aspetto, forse il più inquietante: una normalizzazione del problema. «Tra i dipendenti passa il messaggio che è normale così. “Basta che ti organizzi, lo sai che qui ci sono ritardi”». Come se lavorare senza essere pagati fosse una consuetudine, non un abuso. Nel frattempo, si è rivolto a un sindacato, per essere tutelato. Perché, sottolinea, il lavoro non può essere inteso come sfruttamento mascherato da pazienza.
«Il lavoro è tempo. E il tempo va retribuito». Il suo caso, lo dice lui stesso, non è il primo e non sarà l’ultimo. Ma ogni volta che una persona è costretta a esporsi pubblicamente per ottenere ciò che gli spetta di diritto, il problema non è individuale, ma sistemico purtroppo, e da anni ormai riguarda migliaia di persone. E allora la domanda resta sospesa, scomoda ma necessaria: se un lavoratore deve arrivare allo sfinimento, o a un video di denuncia, per essere pagato… che fine ha fatto l’Italia fondata sul lavoro?
