Arrestato davanti alla figlia 14enne e deportato a Mauthausen senza motivo dove morirà, alla nipote 462 mila euro di risarcimento
É una grigia sera dell’otto Marzo 1944. La cena é pronta, il silenzio assordante. Un pasto frugale, i viveri scarseggiano. Solo due persone, padre e figlia si siedono a tavola. La madre, la colonna portante della casa, non c’è più. Morta a novembre del ’43, in un inverno freddo e caotico dove la paura serpeggia. C’é la guerra, la radio trasmette propaganda, gli aerei sorvolano i cieli e si teme in ogni momento quella assordante sirena che segnala imminenti bombardamenti. È l’8 marzo, la festa della donna, ma da festeggiare c’è molto poco. Il mondo sembra sempre sull’orlo della catastrofe, il futuro incerto, e la blasfema inquisizione del regime nazifascista marcia a passo d’oca per le strade di Empoli, come di tutta Italia, alla ricerca di vittime sacrificali per quell’idolo di grandiosità che ha lastricato le strade del mondo intero di cadaveri. Bussano alla porta. Padre e figlia si guardano. Papà si alza e, con tutta la serenità di cui può disporre un uomo solo in quel contesto, va ad aprire la porta. Sono divise, carabinieri, forze dell’ordine. “Deve venire con noi in caserma, per farvi delle domande”. Papà non può che ubbidire. Prende il cappotto, i documenti e le chiavi di casa. Pochi oggetti essenziali per uscire. Prima di unirsi al manipolo di divise, il padre saluta la figlia. “Torno presto, vogliono solo fare un regolare controllo. Tornerò fra qualche ora” rassicura.
La figlia quattordicenne lo saluta, lo vede andare via, chiudersi la porta alle spalle. Sente la vettura delle forze dell’ordine allontanarsi.
È tutto regolare, dopotutto, quella adolescente è nata e cresciuta sotto i fasci littori. Siamo in guerra contro un nemico infido che mina la sicurezza della madre patria, c’è un re traditore che ci ha venduto agli americani. Va tutto bene, papà é una brava persona, non gli succederà nulla. Si rassicura la giovane. Papà però non aprirà più quella porta. Quella é stata l’ultima volta che la giovane ha visto il volto di suo padre, ne ha sentito il calore, è stata rassicurata dalla sua voce. Da quel momento. La giovane sarà per sempre orfana. Papà non viene interrogato, viene invece consegnato senza troppi preamboli ai tedeschi. La macchina di morte tedesca é famosa per la sua brutale efficienza e richiede un tributo di sangue. Richiede numeri di sovversivi, cifre che nemmeno sono veritiere. L’Italia fascista deve contribuire ad eliminare la sedizione e la ribellione partigiana in atto e deve fare bella figura.
Quel padre, un modesto commerciante, non certo un pericoloso partigiano, ha sempre e solo cercato di vivere senza fare rumore. Ubbidendo. Ma non è bastato. Verrà caricato in fretta sui trasporti diretti a Mauthausen, in Austria. Mauthausen, il solo campo di concentramento di classe 3, creato con lo scopo di punire ed annientare attraverso il lavoro forzato. Entrarci significava varcare la porta dell’inferno. Sotto la direzione dello StandartenFuhrer delle SS Totenkopfverbande Franz Ziereis, il campo di Mauthausen é famigerato per avere un tasso di sopravvivenza del 2%, un successo per la Germania nazista. Delle brutalità del campo fu fatta denuncia ancora nel 1941. La famiglia Gusenbauer, il cui casale in collina si affacciava su una delle cave dove i detenuti lavoravano, denunciò alla polizia Contini e esecuzioni sommarie in piena luce e soprusi di ogni genere. La denuncia fu archiviata.
Sarà Aldo Carpi, artista italiano, uno dei pochi a sopravvivere alla macchina di morte di Ziereis, a scrivere un resoconto dettagliato e crudele dell’inferno di Mauthausen. Ma il protagonista della nostra storia non ha avuto la fortuna di Carpi, quel padre di famiglia, vedovo e mansueto, non tornerà mai più. Morirà il 23 aprile 1945. I registri dell’efficientissima Germania nazista lo dimostrano, nero su bianco, inchiostro su carta intestata. La storia di quella bambina, lasciata sola fra le rovine del peggior conflitto mai visto a memoria d’uomo, è simile a tante altre ma, finalmente un lieto fine, quasi un secolo dopo è stato possibile, nonostante quella bambina ormai non ci sia più, morta. Il Tribunale di Firenze, seconda sezione civile presieduta dalla giudice Daniela Garufi, ha dichiarato che per gli eredi di quell’uomo e padre, vittima della follia nazifascista, sarà emesso un risarcimento da parte del “Fondo Ristori” del Mef per le vittime di crimini di guerra e contro l’umanità. Una cifra di 462.000 euro sarà versata a favore della nipote della vittima, difesa e rappresentata dall’avvocato Diego Cremona. Eh già perchè quella povera bimba, rimasta sola e orfana che si è dovuta ricostruire una vita ed è diventata madre e donna a sua volta, si é spenta prima di avere una seppur magra e tardiva, compensazione per la perdita subita e il conseguente dolore provato. 462 mila euro non riportano indietro una persona cara e a fronte dei decenni di difficoltà che quella quattordicenne ha subito non sono minimamente sufficienti. Ma questo risarcimento simboleggia un’ammissione di responsabilità di uno stato che troppo a lungo ha ignorato le sue stesse vittime.
