Oggi ricorre il ventennale di una data scolpita nella memoria del movimento No Tav: l’8 dicembre 2005. Quel giorno, la Val di Susa, sebbene ammantata da una fitta nevicata, divenne teatro di una dimostrazione di forza popolare e pacifica destinata a fare la storia del movimento e della valle in cui sorse. Fu la risposta diretta e massiccia al violento sgombero del presidio di Venaus, avvenuto nella notte tra il 5 e il 6 dicembre, un atto che la popolazione aveva percepito come un’aggressione brutale al proprio territorio. La tensione era altissima: lo sgombero aveva lasciato ferite aperte e la sensazione che la volontà popolare fosse stata calpestata dalle decisioni calate dall’alto. Ma è proprio in quei momenti di crisi che il movimento No Tav ha sempre trovato la sua massima coesione e determinazione.
La chiamata alla mobilitazione per l’8 dicembre fu un successo inatteso e travolgente. Nonostante le condizioni meteorologiche avverse, circa 30.000 persone raggiunsero la Valle. C’erano famiglie intere, giovani e anziani, agricoltori e operai, studenti e imprenditori, tutti uniti dall’unica, irriducibile volontà di difendere la propria terra e il proprio futuro.
Le trentamila persone si mossero lungo la strada statale 24, ma anche tra i sentieri innevati dei boschi riprendendosi idealmente uno spazio sottratto dalla militarizzazione. L’obiettivo era chiaro: rientrare a Venaus, riprendere possesso del presidio e dimostrare all’Italia che l’opposizione al progetto dell’Alta Velocità Torino-Lione non era un fenomeno marginale, ma una radicata e trasversale istanza popolare.
In quel fiume umano che marciava determinato si potevano scorgere numerosi simboli del movimento, ma uno in particolare riassumeva il sentimento collettivo: un cartello, sventolato in mezzo alla folla, recitava la nota sigla con una sua, amara, rilettura: TAV = Troppa Assurda Violenza. Quella frase catturava perfettamente non solo l’opposizione all’opera in sé, ma la rabbia per i metodi repressivi utilizzati e l’atteggiamento messo in atto dalle istituzioni verso le istanze locali. Il cantiere, per il movimento, era diventato il simbolo di un modello di sviluppo predatorio che danneggiava in primis la Valle e i suoi abitanti.
L’8 dicembre 2005 non fu soltanto una marcia. Fu un momento di autoriconoscimento collettivo. Fu la dimostrazione pratica della “forza gentile” del popolo della Valle, capace di organizzarsi e resistere con tenacia di fronte a uno dei progetti infrastrutturali più controversi d’Europa. La giornata si concluse con la riappropriazione simbolica di Venaus, costringendo le forze dell’ordine a indietreggiare di fronte alla pressione della massa pacifica. Il presidio fu finalmente ricostruito.
Quel giorno, sotto la neve, i membri del movimento No Tav scrissero una pagina fondamentale, elevando la loro causa da protesta locale a simbolo nazionale di resistenza civile e ambientale. L’8 dicembre non segnò, come è noto, la fine della lotta, ma ne consacrò l’inizio della fase più matura e consapevole, fungendo da modello per altri movimenti in difesa del territorio, non solo all’interno dei confini nazionali.
A vent’anni di distanza, commemorare l’8 dicembre 2005 significa ricordare ancora una volta non solo il coraggio di chi marciò in quel freddo giorno, ma anche la tenacia di un’opposizione che da più di due decenni non ha mai smesso di interrogare il Paese sul rapporto tra democrazia, ambiente e grandi opere. Quell’evento dimostrò che, di fronte a scelte percepite come ingiuste, la potenza della mobilitazione popolare non può essere semplicemente ignorata o spenta con la violenza. La Val di Susa continua a essere il campo di battaglia, e l’eredità di quella marcia sotto la neve resta viva in ogni gesto di resistenza.
