Cronaca

ThyssenKrupp, 18 anni fa la strage alle acciaierie, un ricordo degli operai bruciati vivi a Torino

L’inferno in terra prese forma nello stabilimento ThyssenKrupp di Torino nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007. Alle 00:53, la vita di sette operai venne stroncata dalla violenza di una fiammata implacabile, nata sulla Linea 5. Non una fatalità, ma il tragico esito della negligenza in un impianto ormai prossimo alla chiusura, in cui il risparmio sulla sicurezza aveva avuto la meglio sulla vita dei lavoratori. Ciò che rese l’incidente una vera e propria strage fu un concorso di cause legate alla totale assenza di sicurezza. L’incendio, innescato da una fuoriuscita di olio e alimentato da perdite di cherosene in pressione, fu reso implacabile da una colpevole e sistematica negligenza messa in atto dalle alte sfere dell’azienda. La manutenzione dei sistemi antincendio era stata evidentemente trascurata perché considerata “una spesa poco oculata” all’interno di un impianto prossimo alla chiusura. Come emerso dalle indagini, gli estintori erano scarichi e il sistema antincendio non entrò in azione. La situazione era talmente grave che era persino in vigore la direttiva di non interrompere la produzione in caso di piccoli incidenti per non rovinare l’acciaio in lavorazione. Alla Thyssenkrupp di Torino il benessere degli operai era una voce che non valeva ormai nulla all’interno della contabilità aziendale.

Sette di quegli operai – Rocco, Antonio, Roberto, Angelo, Bruno, Rosario e Giuseppe – furono investiti dalle fiamme e subirono ustioni gravissime. Le loro vite si spensero lentamente, tra sofferenze indicibili, nei giorni e nelle settimane successive all’incidente. Il solo superstite, Antonio Boccuzzi, fu testimone di quel terrore e riportò l’urlo straziante di un collega: “Non voglio morire”, un grido che divenne il simbolo della tragedia.

La proprietà, compreso l’Amministratore Delegato Herald Espenhahn, negò ogni responsabilità, parlando inizialmente di “errore degli operai” e di fatalità. L’AD arrivò persino a minacciare azioni legali contro Boccuzzi per il suo racconto che sottolineava le responsabilità aziendali. La lunga e complessa battaglia giudiziaria che ne seguì portò all’accertamento di gravissime responsabilità. I processi si sono conclusi con la condanna di tutti i dirigenti imputati, dai responsabili dello stabilimento fino ai vertici della ThyssenKrupp, incluso l’AD Espenhahn, per omicidio colposo e incendio doloso (o colposo con previsione dell’evento, a seconda delle posizioni). Le pene inflitte andavano dai nove ai tre anni di reclusione. Tuttavia, l’esito finale ha lasciato un sapore amaro. I dirigenti tedeschi, in primis Espenhahn, hanno potuto fare affidamento sulle leggi sull’estradizione in Germania, un Paese che, di fatto, ha evitato di consegnarli all’Italia per l’espiazione della pena. Nonostante le condanne definitive, questi responsabili non hanno scontato un solo giorno di carcere, un esito che le famiglie delle vittime hanno letto come una protezione del “profitto di pochi a scapito della salute e della vita stessa degli operai”.

La tragedia della ThyssenKrupp è stata uno spartiacque nella storia sociale e giuridica italiana. La morte atroce di quei sette operai ha acceso i riflettori sulle condizioni di sicurezza, spesso precarie e insufficienti, negli ambienti di lavoro, denunciando il cinismo del profitto che, in molti casi, antepone la logica del risparmio al diritto alla vita. L’episodio ha avuto un impatto decisivo sulla coscienza collettiva, rafforzando la necessità di norme più rigorose e di una maggiore vigilanza. Oggi, quel rogo non è solo un doloroso ricordo, ma l’emblema della lotta per la sicurezza sul lavoro e per la responsabilità penale delle aziende con l’utopica speranza che non si ripeta mai più che la vita di un lavoratore venga sacrificata per logiche economiche.