Sei giorni di tempo, praticamente un ultimatum, ha l’Ucraina per accettare il piano di pace presentato da Donald Trump che tradotto significa resa senza condizioni. Ancora una volta gli Stati Uniti ribaltano il tavolo di un conflitto del quale in gran parte sono responsabili avendo provocato il “cambio di regime” in quel paese fin dal 2014 e trascinato l’Europa, che ci ha messo del suo, nel pantano di una guerra per procura. A tutti gli effetti pare una trappola tesa forse a far cadere uno Zelensky già delegittimato anche dai recenti scandali riguardanti la corruzione nel suo governo. Considerate le dichiarazioni rilasciate dal presidente russo Vladimir Putin è certo che anche Mosca ci sia dietro la bozza del piano che si articola in 28 punti, piano che se non verrà sottoscritto dal governo ucraino potrebbe far salire il livello del conflitto. Ora bisogna capire se il presidente USA e il Pentagono abbiano un disegno strategico in quanto l’impressione è che sullo scacchiere da Washington giocano a dama mentre da Mosca rispondono a scacchi. Dopo l’incontro tra i due leader in Alaska e il mancato appuntamento in Ungheria stavolta sottotraccia si è data da fare la diplomazia considerato che il canale di comunicazione tra Stati Uniti e Russia è rimasto aperto, un po’ come il famoso telefono rosso durante la “guerra fredda” quando USA e URSS pur restando nemici giurati si rispettavano e il mondo, la cui memoria del secondo conflitto mondiale non si era ancora affievolita, ne guadagnava in equilibrio. Ora sappiamo tutti che il disastro ucraino è diretta conseguenza dell’ingerenza degli Stati Uniti negli affari dell’Europa così come hanno fatto in tutti i teatri di guerra in cui sono o sono stati coinvolti. Ho già avuto modo di scrivere che, proprio come una matrioska, il conflitto tra russi e ucraini si struttura su vari livelli: è una guerra civile inserita in una guerra per procura che assume carattere globale in quanto i soggetti coinvolti su entrambi i fronti appartengono a diverse nazionalità, diverse fedi politiche e religiose, fattori non determinanti ma essenziali per comprendere la natura del conflitto. L’ultimatum lanciato da Trump va a coincidere, probabilmente non per caso, con il Giorno del Ringraziamento negli Stati Uniti, segnando così una data che potrebbe dare una spinta all’azione apparentemente pacificatrice di Donald Trump che pare intenzionato a chiudere certe questioni più per motivi affaristici che per una reale voglia di distensione considerato che si vanno ad aprire nuovi fronti come sta accadendo con la crisi venezuelana. Inoltre è chiaro altresì dalle sue dichiarazioni che Kiev debba cedere i territori conquistati dalla Russia che però continuerà ad avere le sanzioni; un colpo al cerchio e uno alla botte si direbbe, quel tanto che basta a confondere gli analisti nostrani e internazionali. In realtà Trump non si è nemmeno sentito con il presidente ucraino avendo incaricato dei colloqui il vicepresidente Vance che in soldoni ha fatto sapere a Zelensky che la festa è finita e non avrà più la fornitura di armamenti necessaria a portare avanti il conflitto. Nel frattempo Zelensky ha provato a trovare altre sponde con i leader del vecchio continente, sempre disattenti e del tutto assenti sui tavoli delle trattative che contano, per elaborare un possibile piano alternativo ma onestamente vista la statura politica della classe dirigente europea c’è poco da sperare e da stare allegri. Le reazioni anche un po’ scomposte della diplomazia europea al piano presentato dagli americani sottintende l’incapacità dell’Europa come attore credibile sullo scenario internazionale soprattutto come elemento pacificatore. Cosa che invece servirebbe in momenti come questo.
