Cronaca

Il caso “Unabomber” italiano, un mistero mai risolto, indagini riaperte

Il caso dell’Unabomber italiano, l’attentatore seriale che per dodici anni, tra il 1994 e il 2006, ha seminato il terrore tra Friuli-Venezia Giulia e Veneto, è tornato al centro dell’attenzione mediatica e giudiziaria. A distanza di anni dalla sua archiviazione, la Procura di Trieste ha disposto la riapertura delle indagini, un atto dovuto in gran parte allo sforzo congiunto del giornalista Marco Maisano, autore del podcast investigativo “Fantasma – Il caso Unabomber”, e di due coraggiose vittime degli attentati. L’obiettivo era quello di fare finalmente chiarezza sul caso, sottoponendo a moderne analisi genetiche reperti mai esaminati, come un capello ritrovato all’interno di uno degli ordigni.
La terrificante sequenza di 29 attentati in dodici anni, tutti realizzati con ordigni rudimentali ma sofisticati, nascosti in oggetti di uso comune, ha portato le autorità competenti a indagare su un profilo totalmente nuovo in Italia. Durante questo periodo, un pool Anti Unabomber (costituito a Mestre) tentò di costruire un identikit dell’attentatore: un individuo con competenza tecnica, forse laureato, estremamente attento ai dettagli e con un profilo di emarginazione sociale. Venne inoltre elaborato un database ad hoc per restringere il campo dei sospettati.

La lunga indagine si concentra sull’ingegnere friulano Elvo Zornitta, ex dipendente di un’azienda di armamenti con la passione per il modellismo. L’attenzione sul suo conto si intensifica quando, in seguito a una perquisizione della sua abitazione, vengono ritrovati materiali compatibili con la fabbricazione degli ordigni. Zornitta, pur fornendo un alibi per alcuni attentati (come quello dell’uovo Kinder del 2005 e della candela elettrica), viene sottoposto a intense pressioni, pedinamenti e intercettazioni da parte degli inquirenti.

Il punto di svolta, e al contempo l’elemento di maggiore criticità dell’inchiesta, è la cosiddetta “prova della forbice”. L’assistente capo di polizia Ezio Zernar, esperto di balistica, aveva individuato tracce di toolmarks (segni lasciati dagli attrezzi) su un lamierino di un ordigno inesploso che, a seguito delle analisi da lui effettuate, combaciavano perfettamente con i tagli effettuati da una forbice rossa Valex sequestrata nel capanno di Zornitta. La notizia della “prova regina” trapela, innescando una controversia tra gli organi di polizia scientifica.

Elvo Zornitta, ormai nell’occhio del ciclone, decise allora di affidarsi ad alcuni periti affinché il verdetto a suo carico potesse cambiare. A ribaltare la situazione sono i periti della difesa, che scoprono una manomissione: un piccolo pezzo del lamierino era stato tagliato in laboratorio. L’unico responsabile degli accertamenti e della custodia, Ezio Zernar, che finisce così sul registro registro degli indagati. Nonostante le perizie discordanti sulla natura e sull’entità della manomissione, Zernar viene condannato dal Tribunale di Venezia a due anni (pena sospesa) per aver alterato le prove, pur sostenendo fermamente la sua estraneità ai fatti. L’inchiesta contro Zornitta crolla definitivamente nel 2009 e le accuse a suo carico vengono archiviate.

La condanna dell’esperto Zernar per alterazione della prova regina ha di fatto vanificato l’unica pista concreta che aveva portato a un’identificazione. Dopo oltre vent’anni di indagini, pedinamenti, fughe di notizie e persino un processo per depistaggio, il caso Unabomber italiano rimane avvolto nel mistero.
La riapertura delle indagini, pur supportata dalla speranza nelle nuove tecniche genetiche, non ha prodotto l’attesa svolta. I dieci reperti sottoposti a indagine, tra cui il capello ritrovato nell’uovo bomba, non hanno restituito un profilo genetico univoco e decisivo. Le analisi comparative, alle quali anche l’ex indagato Elvo Zornitta si è volontariamente sottoposto, hanno portato a un nulla di fatto, confermando l’assenza di collegamenti biologici tra lui e gli ordigni. L’unico a poter trionfare, purtroppo, sembra poter essere l’individuo rimasto incessantemente nell’ombra, il “fantasma”, che non ha mai pagato per il terrore seminato e per le gravi lesioni causate alle sue vittime.