Emergenza sanità, tra attese sempre più lunghe e violenze contro medici e sanitari in pronto soccorso
Sanità italiana, pronto soccorso e reparti di medicina d’urgenza sempre più problematici:turni infiniti, aggressioni e violenze, e lunghe attese. Il sistema sanitario in molti casi è quasi al collasso. Da Nord a Sud cresce la spirale di violenze negli ospedali e il malessere di medici e infermieri. Sullo sfondo, l’altra faccia della crisi: pazienti esasperati da ore di attesa e cure negate. C’è un’Italia che ogni giorno resiste dietro le porte automatiche di un pronto soccorso. Non quella dei politici o delle conferenze stampa, ma quella fatta di infermieri con le occhiaie, medici che si dividono tra un codice rosso e l’altro, guardie giurate che diventano bersaglio di rabbia e frustrazione. Negli ultimi mesi, da Asti a Napoli, il filo rosso delle aggressioni negli ospedali si è fatto sempre più fitto. E racconta un Paese che non riesce più a garantire né la sicurezza di chi cura, né la dignità di chi viene curato.
Ad Asti, un ventinovenne è tornato per tre volte consecutive al pronto soccorso: urla, pugni, costole fratturate, infermieri feriti. «In dieci giorni otto operatori aggrediti», denunciano dal Siiet, il sindacato degli infermieri di emergenza. “Senza sicurezza, la cura non è possibile”, ricordano. A Pisa, un giovane ha colpito un medico durante un parto, costringendolo alle cure nello stesso ospedale in cui lavorava. A Milano, un figlio ha spaccato il femore a un medico del Policlinico solo perché non voleva che la madre restasse ricoverata. A Roma, al Pertini, una rissa tra due gruppi ha trasformato il pronto soccorso in un campo di battaglia: porte divelte, vetri infranti, personale costretto a proteggere i pazienti da solo, in attesa di forze dell’ordine arrivate dopo venti minuti. E più a Sud, a Napoli e Messina, le cronache raccontano forbici puntate al ventre di un’infermiera, aste reggicflebo lanciate come armi, bodycam accese per documentare la paura in diretta.
Il dato è evidente: la sanità italiana non è più un luogo sicuro. Non lo è per chi ci lavora, costretto a turni di 12 o 14 ore, né per chi ci entra da paziente, travolto da attese interminabili e procedure che si perdono nei corridoi del tempo. Nelle stesse ore in cui a Messina un uomo entrava in ospedale con una bicicletta elettrica per aggredire un’infermiera, a Torino, alle Molinette, una giovane impiegata viveva un’altra faccia dello stesso dramma. Marisa, 31 anni, è arrivata in pronto soccorso con dolori al petto e difficoltà respiratorie. È uscita dieci ore dopo, stremata, senza una diagnosi chiara. «Mi hanno dato un codice azzurro, pressione alta, battiti elevati. Dopo un’ora il prelievo, poi il silenzio. C’era chi aspettava da più di un giorno una risonanza», racconta con voce stanca. Intorno a lei, un reparto pieno di sguardi vuoti: infermieri che non riescono più a sorridere, medici visibilmente esausti. «Uno di loro mi ha liquidata in due minuti – continua – poi ha cambiato idea e mi ha fatto rifare gli esami neurologici. Ma sono passate ore. Ogni volta che arrivava un codice rosso, tutto si fermava. Ho avuto la sensazione di essere un numero, un corpo da spostare di letto in letto».
La sua storia non è un’eccezione. È la regola. Negli ospedali italiani, l’attesa media per un codice azzurro o verde supera ormai le sei ore. I pronto soccorso sono sovraffollati, il personale ridotto, i reparti di medicina sempre più pieni di pazienti cronici che non trovano spazio altrove. E intanto, la tensione cresce. È un sistema che implode da dentro: il malcontento dei cittadini si trasforma in rabbia, la stanchezza dei medici in disillusione. Le due linee si incontrano ogni giorno davanti a un lettino, ed è lì che nasce la miccia.
A Milano un medico è finito in sala operatoria, a Roma un infermiere ha avuto il polso spezzato, a Napoli una OSS è stata colpita all’addome. E mentre i sindacati chiedono più vigilanza, più personale e più rispetto, lo Stato continua a rispondere con note di solidarietà e tavoli tecnici. Ma la verità è che la sanità italiana non è solo in emergenza: è stremata. Lo è chi lavora, che sopporta turni infiniti e stipendi che non compensano più il rischio. Lo è chi cerca una visita specialistica e trova mesi d’attesa, chi entra in pronto soccorso e ne esce con una diagnosi provvisoria, chi si sente abbandonato in una corsia senza fine.
Nel racconto di Marisa, tra una lacrima e un respiro affannato, si legge tutto il dolore di un Paese che non si fida più del proprio sistema di cura. «Eravamo tutti sulla stessa barca – dice – medici e pazienti. Ma quella barca affonda, e nessuno sembra più remare». E forse è proprio qui il punto. Quando la violenza diventa la risposta alla frustrazione e la stanchezza diventa abitudine, non è solo la sanità a essere malata: è la società intera. Un sistema che lascia soli i suoi medici e dimentica i suoi pazienti non è più un sistema di cura, ma un luogo di sopravvivenza. E la sopravvivenza, in un ospedale, non dovrebbe mai essere una condizione, ma un diritto.
