La storia di Domenico Scarcella, ex maresciallo della guardia di finanza accusato di tentato omicidio dopo aver ferito un rapinatore in casa
Tono fermo, volto scavato, occhi lucidi ma pieni di lucidità. È così che si presenta Domenico Scarcella, ex maresciallo della Guardia di Finanza. Dietro la calma apparente si percepisce un dolore profondo, quello di un uomo che si è difeso e si è ritrovato imputato per averlo fatto. «Sono nato nel 1938, nel secolo scorso» esordisce con un sorriso amaro. Di cosa si è occupato nella Guardia di Finanza? «In oltre trent’anni di servizio ho partecipato a operazioni di antiriciclaggio, sequestri di droga e azioni pericolose. Ma sono ancora vivo» dice cercando di alleggerire il tono. Poi, più serio, aggiunge: «Ho sempre svolto il mio lavoro con diligenza e professionalità, ma da circa un anno e mezzo non dormo più. Sono stato anche in cura psicologica, ma ho smesso. Mi dicono di dimenticare, ma non ci riesco. Vorrei scordarmi di quei momenti di puro terrore». Cosa è accaduto quella notte? «Era sera, intorno alle 21. Mi ero addormentato in casa: il primo sonno è sempre il più profondo. Mi sono svegliato di colpo con una pistola puntata contro. Erano due: uno armato, l’altro con un piede di porco. Ho cercato di restare calmo, pensavo a mia moglie, che era in casa, e non sapevo se stesse bene. Ho chiesto ai rapinatori se volevano altri soldi, cercavano una cassaforte che non avevamo». Si ferma, il respiro si fa più corto. Le mani gli tremano mentre continua: «Mi sono girato di scatto, ho preso la mia pistola che tenevo sotto il cuscino e ho sparato un colpo in aria, solo per intimorirli. Ma la pallottola è rimbalzata e ha colpito uno di loro». L’ha ucciso? «No. Sono scappati. Poi sono stati arrestati entrambi: uno subito, l’altro dopo la confessione del primo». Eppure è stato accusato di tentato omicidio. “Sì. Due ladri armati e senza scrupoli sono entrati in casa mia, e io mi sono difeso. Ma per la legge, in quel momento, potevo essere considerato un assassino”. Dieci mesi di indagini e sospetti, durante i quali i giornali lo definirono “il maresciallo che spara”. “Sono stati momenti orribili. Il mio nome sulle prime pagine, perfino l’indirizzo di casa pubblicato. Nessuno si è chiesto come stessi. Nessuno mi ha chiesto se avessi bisogno di aiuto. Poi, finalmente, la verità è venuta fuori: sono stato assolto”.
Ma la ferita più grande, racconta Domenico, è quella lasciata dalle istituzioni. “Mi hanno definito inadeguato. Ma è il prefetto e i suoi colleghi a non essere adeguati. Mi hanno tolto le armi quando, secondo la Cassazione, potevo detenerle in una credenza non blindata o sotto un guanciale. Io ho già subito due rapine. E se ce ne sarà una terza, come mi difendo? Lo Stato vuole che io muoia, così poi diranno che ero un assassino”. La rabbia cresce mentre parla. “Le armi e le munizioni le ho acquistate in armeria, non al supermercato. E le ho riconsegnate io, senza nasconderle. Ma adesso mi sono dovuto arrangiare: ho comprato una mazza da baseball, un coltello a serramanico, una balestra e un coltello a scatto. Se prima potevo sparare un colpo per spaventare, ora, per difendermi, dovrei uccidere”. Dove ha deciso di raccontare la sua storia? «In un libro. Si intitola “La difesa è sempre legittima”. Racconto la rapina, la mia carriera da maresciallo e il mio punto di vista sulle istituzioni”. Perché lo ha scritto? «Per mio figlio. È disabile al cento per cento e fa la dialisi. Era tassista, ma da quando si è ammalato la moglie ha preso il suo posto. Io vorrei aiutarli di più”. Gli vuole molto bene. «Lo amo. Vorrei avere io la sua malattia, al posto suo. La mia più grande paura è che non arrivi a fine anno. Per questo vendo il libro: non per i soldi, ma per aiutare lui”.
